AICC Cuneo
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DIVERTIRSI OGGI CON UN COMICO VECCHIO DI DUEMILACINQUECENTO ANNI.

DIVERTIRSI OGGI CON UN COMICO VECCHIO DI DUEMILACINQUECENTO ANNI

La domenica appena trascorsa, quella del 25 novembre, ha offerto occasione a studenti (e loro familiari), ex- alunni e docenti del Liceo Vasco Beccaria Govone di Mondovì (CN) di effettuare un tuffo nel mondo classico, ancora una volta promosso dal Prof. Stefano Casarino, attraverso una delle più coinvolgenti forme di cultura: il teatro. Alle ore dodici, quasi cento persone partivano da Piazza della Repubblica di Mondovì in direzione del Teatro Stabile di Genova, con lʼintenzione di rendere questa giornata un momento di unione, non solo fra studenti di scuole diverse, ma anche fra generazioni più o meno lontane. Lo spettacolo rappresentato questa volta erano “Le rane”, famosa commedia di Aristofane.

La rappresentazione è stata straordinaria: al di là dellʼaspetto paideutico del teatro greco, della sceneggiatura e degli effetti scenici ben strutturati, la compagnia si è rivelata allʼaltezza dellʼimpresa, catapultandoci in una realtà satura di ironia ma al contempo di dignità e serietà, componendo un equilibrio perfetto fra i due aspetti. Lʼazione scenica è stata condotta senza nessuna interruzione per due ore consecutive, facendo sì che la recitazione non venisse in alcun modo spezzata e permettendo agli spettatori di calarsi completamente nel suggestivo ambiente venutosi a creare, tagliando fuori del tutto la realtà del nostro mondo.

Tutto questo per merito dellʼeccellente bravura degli attori, in particolare dei due personaggi protagonisti, Dioniso e il suo servo, rispettivamente impersonati da Salvatore Ficarra e Valentino Picone, che sono stati magnifici nel tessere quest’intrigante trama.  Importante sottolineare la presenza del Coro, i cui intermezzi musicali a dir poco suggestivi sono stati capaci di sospendere la narrazione a intervalli regolari per proiettarci, senza mai risultare eccessivi, in un affascinante mondo parallelo.

Lʼopera è stata allestita in maniera insolita ed interessante sotto molti punti di vista: particolare la scelta di mantenere il testo greco originale, con encomiabile rispetto filologico, attualizzandone garbatamente e brillantemente le battute e i commenti. Ciò ha permesso alla cultura antica di trionfare una volta di più come sostanza palpitante e viva: niente a che vedere con la dottrina morta e fredda che la gente oggi, erroneamente, ritiene sia!

Lucia Sagnelli, 3 A Classico

Liceo Mondovì (CN)

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LE DIMENTICATE GUERRE BALCANICHE DEGLI ANNI NOVANTA DEL SECOLO SCORSO

LE DIMENTICATE GUERRE BALCANICHE

DEGLI ANNI NOVANTA DEL SECOLO SCORSO

In questo momento storico l’Unione Europea non gode di particolare favore e suona persino fastidiosa la voce di chi ricorda che il suo principale merito è stato quello di aver garantito (finora) settantatré anni di pace nel Vecchio Continente (e per questo è stato insignita nel 2012 del Premio Nobel per la Pace).

Anche quest’affermazione, comunque, – vera se si fa riferimento ai principali Stati nazionali, quali Francia, Germania e Inghilterra che in pace sono davvero rimasti per tutto questo tempo, fatto assolutamente unico nella storia europea di sempre – deve essere corretta: non si è trattato di una pace “assoluta”, se non si vuole dimenticare la serie di conflitti nella ex Jugoslavia scoppiati negli anni Novanta del secolo scorso.

Una terribile pagina di storia, non ancora adeguatamente meditata, che ha rappresentato il primo, vero ed innegabile, fallimento dell’azione diplomatica e politica lato sensu dell’UE.

Per cercare di fare il più possibile chiarezza e riportare l’attenzione su queste guerre è stato organizzato nel pomeriggio di giovedì 15 novembre in Sala Scimé a Mondovì  dalla Sezione dell’ANPI di Mondovì (CN) e dalla Delegazione di Cuneo dell’AICC, in collaborazione con l’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Cuneo, col Centro Studi Monregalesi, con Gli Spigolatori, l’Unidea, la Sezione Fidapa, il Liceo “Vasco-Beccaria-Govone” e col patrocinio della Città di Mondovì, il Convegno Nel cuore dei Balcani al tramonto del secolo breve.

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Tre gli interventi:  ha introdotto il sottoscritto, con una premessa dal titolo Anche gli Stati muoiono: la fine della Jugoslavia; poi il Prof. Gigi Garelli ha trattato il tema, quanto mai attuale, dell’artata identificazione dell’ “altro” come “il nemico” con una articolata relazione dal titolo, appunto, Come ti costruisco il nemico. La regione dei Balcani dal sogno di Tito all’incubo di Srebenica; infine il giornalista Marco Travaglini ha parlato, con commozione e da profondo conoscitore della cultura slava, della situazione di Sarajevo in particolare, e di tutta quella martoriata zona, riprendendo molte considerazioni dal suo recente libro Bosnia, l’Europa di mezzo. Viaggio tra guerra e pace, tra Oriente e Occidente (Ed. Infinito, 2015).

Dopo aver rapidamente ripercorso la breve storia dello Stato jugoslavo, durata approssimativamente meno di un secolo, ci si è soffermati sul confuso periodo del “dopo Tito”, facendo sfilare sullo schermo alle spalle dei relatori tanti volti di perfetti sconosciuti che sono stati, però, i successori del Maresciallo, secondo una logica di rotazione delle presidenza per ciascun gruppo etnico che nelle intenzioni doveva garantire l’assoluta parità dei popoli jugoslavi  ma che di fatto non durò a lungo.

Altre furono le personalità emergenti (Slobodan Milošević,  Franjo Tudjman,

Radovan Karadžić, Ratko Mladić, ecc…) che alimentarono il fuoco del nazionalismo e che arrivarono persino a concepire la mostruosità della “pulizia etnica”, determinando criminalmente la fine della pacifica convivenza di etnie e religioni diverse (i serbo-bosniaci ortodossi; i croato-bosniaci cattolici; i bosniaco-islamici) per arrivare sistematicamente alla folle “creazione del nemico”, come  evidenziato da Garelli.

Si sono analizzati alcuni dei momenti peggiori di quei conflitti, durati indicativamente dal 1992 al 1995: l’assedio di Sarajevo (5 aprile 1992-29 febbraio 1996, protrattosi quindi oltre la fine stessa del conflitto, il più lungo assedio della storia del sec. XX, ben più lungo di quello di Stalingrado, durato dal 17 luglio 1942 al 2 febbraio 1943); l’insensata distruzione del ponte di Mostar (9 novembre 1993: ne fu responsabile il generale Slobodan Praljak, che il 29 novembre 2017 fu condannato dal Tribunale dell’Aia a vent’anni di carcere per crimini di guerra: dopo la lettura della sentenza, Praljak ingurgitò una fialetta di cianuro e la sua morte fu ripresa in diretta dalle telecamere presenti in aula); il massacro di Srebrenica (6-25 luglio 1995), quando l’esercito serbo-bosniaco agli ordini di  Ratko Mladić sterminò più di ottomila musulmani, maschi tra i 12 e i 27 anni, separati da donne e bambini e poi sepolti in fosse comuni, nonostante quella zona fosse stata dichiarata demilitarizzata e posta sotto la protezione dell’ONU.

Nel novembre 1995 l’Accordo di Dayton pose termine alla guerra e fu ratificato poi il 14 dicembre 1995 a Parigi, con la creazione di due entità distinte (la Federazione croato-musulmana e la Repubblica SRPSKA).

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Oggi, quello che era un unico Stato è stato sostituito da ben sei Paesi: la Bosnia-Erzegovina con capitale Sarajevo; la Croazia con capitale Zagabria; la Macedonia con capitale Skopje; il Montenegro con capitale Podgorica; la Serbia con capitale Belgrado; la Slovenia con capitale Lubiana.

Sarajevo è stata certamente la città che ha “pesato” di più sulla storia dell’intero secolo breve, per usare la definizione di Hobsbawm, quella in cui si abbracciano Oriente e Occidente, nel cui centro vi sono quattro luoghi di preghiera, uno musulmano, due cristiani e uno ebraico, a un centinaio di metri l’uno dall’altro, cosa che non esiste in nessun’altra parte del mondo: una città che ospitava un Islam laico, moderato, nella quale sino ancora ad una ventina di anni fa le donne musulmane non indossavano il velo.

Per questo rimeditare quell’impressionante serie di massacri, avvenuti tra l’altro a poca distanza dal nostro confine orientale, è un compito imprescindibile per tentare di comprendere il nostro presente: davvero i Balcani, come disse Churchill, contengono più storia di quanta ne possano consumare. Ma è una storia che dobbiamo conoscere e sulla quale è bene restare anche vigili.

 

Stefano Casarino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

WORLD CAFE’ – 19 OTTOBRE, VERZUOLO

Venerdì 19 ottobre ha avuto luogo nei saloni di Palazzo Drago di Verzuolo tra le 19 e le 21,30 l’evento dal titolo “Fame di bellezza”, un World Café proposto dall’Associazione Italiana di Cultura Classica attraverso la sua Delegazione di Cuneo e organizzato dal Liceo Bodoni di Saluzzo come corso di aggiornamento per docenti all’interno del progetto Kallitopia: nei luoghi della bellezza, realizzato col patrocinio della Cassa di Risparmio di Cuneo. Vi ha partecipato un folto gruppo di insegnanti del Liceo Bodoni, guidato dal Dirigente scolastico, prof. Lorenzo Rubini, e docenti di varie altre scuole del territorio.

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Chi non sapesse che cosa sia un World Café prenda come termine di confronto gli speed date: quei ritrovi per cuori solitari che si muovono da un tavolo all’altro di un locale cercando di conoscere in tempi cronometrati il partner ideale. Ecco, il rimescolamento tra i tavoli c’era tutto, tra una portata e l’altra della cena, tranne che per i capotavola, inchiodati al loro ruolo di mediatori della discussione; ma quello che si doveva trovare non era tanto una improbabile anima gemella, bensì niente meno che la bellezza tout court; o meglio si doveva provare a rispondere alle domande che sulla bellezza ci porgevano le socratiche guide della nostra serata, la prof.ssa Silvia Fenoglio e il prof. Diego Ponzo. La discussione avrebbe poi preso corpo nelle risposte che appuntavamo sulle tovaglie di carta con pennarelli multicolori e che, alla fine, i rispettivi capitavola sintetizzavano a tutti i convitati dal palco. Che ne è uscito? Un prontuario di estetica per il XXI secolo?

No, ché verrebbe da dire col sommo poeta, non eran da ciò le nostre penne…e neanche i pennarelli! Ma del resto non era quello lo scopo, bensì confrontarci sulle nostre esperienze e sul bisogno di bellezza che tutti, noi insegnanti come i nostri alunni, abbiamo, tanto più quando ci sembra difficile scorgerne la presenza.

terza foto Verzuolo

Ed alla fine della serata qualcuno avrà potuto pur dire che il sentore della bellezza si avvertiva ed è anche qui, nel mattonato della volta a botte del luogo gravido di storia che ci ospita, nel gusto corposo del risotto al barbera, nello sguardo amico che dal tavolo dirimpetto ammicca e sorride.

RESISTENZA SVELATA : Un libro per ricordare, riflettere e tornare a sperare

RESISTENZA SVELATA

Un libro per ricordare, riflettere e tornare a sperare

Sala Scimé stracolma sabato 27 ottobre alle 17.30, com’è giusto avvenga per le occasioni importanti.

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Si presentava in anteprima nazionale l’ultimo libro di Daniele La Corte (alassino d’origine, giornalista sin dall’età di quindici anni, due volte vincitore, nel 1983 e nel 1986, del premio “cronista dell’anno”, collaboratore per Il Secolo XIX, Avvenire e Il Corriere della Sera, attualmente conduttore di programmi televisivi su TV liguri locali), Resistenza Svelata (Fusta Ed., Saluzzo): un romanzo, basato però su una rigorosa ricostruzione storica, dedicato ad un’eccezionale figura di religiosa, Madre Carla de Noni (18 giugno 1910-10 settembre 1999), la suora dei partigiani, Medaglia d’Argento al Valor Militare e agente segreto dell’importante Servizio X, fondato da Dino Giacosa e Aldo Sacchetti e costituito per il dieci per cento da donne.

Oltre all’autore, sono intervenuti il sottoscritto e due eccellenti musicisti, l’arpista Alessia Musso e il polistrumentista e cantante Luca Pellegrino, che hanno impreziosito il pomeriggio con brani attinenti (Oltre il ponte, Pietà l’è morta, e l’immancabile Bella Ciao cantata in chiusura da tutto il pubblico commosso), intepretati magnificamente.

Il romanzo di La Corte, scritto in modo garbato e mai monotono, parte da quanto avvenuto il 20 aprile 1945: sul treno per Mondovì suor Carla subisce il mitragliamento di aerei americani (il “fuoco amico” e per giunta proprio alla fine della guerra!), viene ferita mortalmente, tutti credono che non ci sarà per lei più nulla da fare. Invece, una straordinaria alleanza di sacro (il fazzoletto benedetto di don Rinaldi) e di profano (le assidue cure del dottor Fenoglio e l’amorevole assistenza delle consorelle) opereranno il miracolo. Suor Carla comunque avrà l’osso mandibolare spappolato per più di sette centimetri e subirà più di venti interventi chirurgici.

I suoi giorni di agonia coincidono con la Liberazione: in una condizione sospesa tra la vita e la morte ella rivive tutti i fatti di cui è stata protagonista, le persone che ha assistito, gli orrori che ha vissuto.

Il lettore li rivive con lei e finisce per voler bene non solo a quest’indomita sorella, ma a tante altre figure presenti nel libro.

Doppio è lo scenario rappresentato, due sono i centri focali della narrazione: il Santuario di Santa Lucia a Villanova e l’Ospedale Santa Corona di Pietra Ligure. Personalmente, ho trovato molto riuscito questo interscambio, questa connessione per i fatti partigiani tra le “mie” due Regioni, Piemonte e Liguria: una storia assolutamente condivisa, che deve sempre tradursi nella condivisione della memoria e della celebrazione di quei valori.

E, oltre a suor Carla, vi è a Pietra suora Artemisia, Medaglia d’Oro: e vi sono sia le vicende dell’organizzazione e del funzionamento della rete di contatti dei partigiani e la necessità di dare loro asilo,  di proteggerli da fascisti e tedeschi, e di ricoverare anche gli ebrei… Momenti di grande tensione, di paura, di orrore, di rabbia.

Ma anche momenti più lievi, talvolta persino divertenti (come quando il piemontese viene usato come una sorta di linguaggio cifrato): La Corte ci parla anche di innamoramenti e di amicizie, di ricette della cucina piemontese e pure di quella veneta (madre Carla era originaria di un piccolo paese del Trevigiano).

Durante la presentazione, l’Autore si è più volte commosso: ha voluto spiegare la dedica del libro alla sua nipotina Bianca Maria di soli dieci mesi (importantissima questa trasmissione della memoria:  chi scrive ricorda i tanti racconti dei suoi nonni; ora che le voci familiari per ragioni anagrafiche stanno svanendo, sono già svanite, è essenziale che associazioni culturali e scuola si assumano questo ruolo) ma ha voluto anche ricordare una persona che avrebbe dovuto essere con noi in Sala Scimè e che invece è stata portata via da una morte assurda, la carissima Viviane Babando Spezzati: un grande, commosso applauso ne ha celebrato il ricordo e credo abbia trasmesso al marito e al figlio presenti il grande affetto di tutti noi.

Davvero un gran bel pomeriggio, un momento di (ri)scoperta di ideali e di valori che forse sono ancora in grado di scaldarci il cuore e di stimolare il cervello, soprattutto in questi tempi di grigia indifferenza e di incosistente, soverchiante banalità.

Stefano Casarino

 

 

MANGIARE (È) CULTURA – SESSIONE AUTUNNALE DEL CONVEGNO AICC DI CUNEO

MANGIARE (È) CULTURA

SESSIONE AUTUNNALE DEL CONVEGNO AICC DI CUNEO

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L’Aula Bruno del Liceo Vasco Beccaria Govone di Mondovì ha ospitato mercoledì 17 ottobre la Sessione Autunnale del Convegno della Delegazione AICC di Cuneo dedicato al tema del cibo.

Oggi non si sente parlare d’altro che di nuovi ristoranti in apertura, di alimentazione sana e diete dimagranti basate su piani alimentari equilibrati. Il rischio è quello che tutto ciò confluisca in una sbagliata concezione di “cibo come moda”, a partire dal consumo di prodotti bio fino a consumare alimenti senza glutine, anche se non si è celiaci. Troppo spesso, invece, non si fa caso alla valenza culturale del cibo, che sfocia inesorabilmente nella letteratura.

Di questo ha parlato la Prof.ssa Marika Mangini nel suo intervento A banquet of words: a banchetto con la letteratura anglosassone, con una piacevole ripresa e un’approfondita riflessione su riferimenti a vari autori, grazie anche all’ausilio di preziose slides e di efficaci filmati.

Il primo autore menzionato è stato, ovviamente,  William Shakespeare: ci si è soffermati sulla scena del famoso banchetto di Hamlet, a base di arrosto di montone e vino rosso del Reno; quello del vino è un particolare interessante, ripreso anche in Macbeth durante il banchetto allestito da Lady Macbeth dopo l’uccisione di Banco, nel quale troviamo un’associazione quasi offensiva fra vino e sangue. In parallelo, così come il regicidio ha rappresentato in pieno il rovesciamento dei valori, le tre streghe, intente a mescolare repellenti ingredienti nel loro calderone fumante, rappresentano il rovesciamento del gusto (e della morale: Bello è il brutto e brutto il bello!).

Henry Fieldieng nella sua famosa opera Tom Jones apre un intrigante spiraglio sul cibo come sessualità e rapporto fra i sessi: le fanciulle diventano una sorta di “pasto” prelibato, i loro capelli sono definiti “biondi come miele”, le labbra “rosse come ciliegie” e così via. Il cibo si trasforma in una metafora erotica e addirittura maschio e femmina comunicano attraverso esso; ma la donna intellettuale si eleva da questa sfrontatezza ed esprime il proprio disappunto ritirandosi a sorseggiare tè mentre gli altri consumano il pasto.

Anche Jane Austen concentra nella durata dei banchetti alcuni tra i più importanti dialoghi delle sue opere, sia in Orgoglio e Pregiudizio, dove fra un una porzione e l’altra assistiamo al tumultuoso scontro fra Elizabeth Bennett e Lady Catherine de Bourgh, sia in Ragione e sentimento. In Emma, invece, questo argomento è trattato sotto un altro aspetto,  quello di cibo inteso come sfogo di un malessere, in particolare quello femminile, legato alle repressioni e all’impossibilità di esprimersi, a partire dai matrimoni imposti.

In quest’ultima opera spicca la figura di Jane, caratterizzata dalla conflittualità rispetto al cibo, che si esprime attraverso il rifiuto di quest’ultimo.

Tutt’altro discorso è quello presentato in Alice del Paese delle Meraviglie da Lewis Carroll, dove il cibo è legato alla favola, alla magia e dunque al tema del rovesciamento delle convenzioni: in una scena i protagonisti arrivano addirittura a calpestare il tavolo, e le pietanze perdono la loro funzione originaria; rimangono infatti completamente intatte, poiché tutti sono ben lungi dal consumarle, come se nessuno sembrasse accorgersi del tè versato nelle tazze e della tavola imbandita.

Charles Dickens è un fiume prorompente in una direzione ben precisa: la denuncia sociale. Il suo romanzo Oliver Twist apre il sipario sulla tragica realtà dei bambini, prevalentemente orfani, che in quell’età soffrivano la fame negli ospizi, descrivendo il loro vorace appetito in una crescente climax che converge nella frase di Oliver: Please, Sir, I want some more (Ne voglio ancora, per favore, signore).

Molte altre le suggestioni offerte dalla relattrice:  ad esempio, Emily Dickinson associava il cibo ad un concetto di ‘fame fredda’;  Oscar Wilde, invece,  in un complesso processo di misunderstanding nel suo The importance of being earnest esprime il suo pensiero in chiave ironica e di provocazione attraverso la metafora dell’ ‘importanza di rimpizzarsi di muffin quando si è infelici.

Insomma, il cibo ha rappresentato una miniera di metafore e di correlazioni oggettive per tantissimi autori di lingua inglese.

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Il secondo intevento, A tavola col commissario Charitos, è stato quello del Prof. Ennio Desderi, che ci ha appunto fatto fare la conoscenza del commissario Kostas Charítos, creato dallo scrittore greco Petros Markaris, autore che  si serve del cibo e della cultura culinaria greca per creare metafore usate dai personaggi nella vita quotidiana.

Il commissario, infatti, ama mangiare ma non sa cucinare: questo problema è però poco rilevante, viste le doti in cucina della moglie Adriana che propone pasti tipici della cultura greca, che hanno  la funzione di saziarlo concretamente ma soprattutto di alleviarne lo stress. Difatti, egli, insieme ai pomodori ripieni (ghemistà), “manda giù anche la collera”.

Il cibo tradizionale diventa simbolo della tenacia nei momenti di crisi nonostante “il contorno del cattivo umore a fettine non vada giù facilmente”. In antitesi alla figura della moglie troviamo la figlia Caterina, emblema della ragazza moderna, che non è in grado di destreggiarsi in quest’ambito, spezzando una ben consolidata tradizione. Si interrompe così la tradizione culinaria famigliare legata in special modo all’ingrediente ‘segreto’ delle ricette, a lungo tramandato, che, per quanto possa sembrare assurdo, non è altro che il limone!

Un altro elemento fondamentale è sicuramente il caffè, inteso nel romanzo come un tranquillante – e non un eccitante! – che aiuta Charitos a riflettere e a prendersi un momento di pausa dagli estenuanti ritmi della vita dell’Atene attuale, terribilmente condizionata da un traffico che imprigiona senza scampo.

Il commissario, tra un caso e l’altro, girando per Atene con la sua Fiat Mirafiori, trova sempre tempo per un caffè, che però non è mai l’ellenikos, il caffè per eccellenza, che continuerà a cercare non cedendo alle nuove trovate poco genuine.

È stato davvero interessante questo sguardo sulla narrativa della Grecia di oggi per chi, come noi studenti del Classico, troppo spesso crede che la letteratura greca si concluda con l’Ellenismo!

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Terzo e ultimo intervento del pomeriggio e completamente diverso per taglio ed argomento da tutti i precedenti quello del Prof. Luca Maddaloni, come ben si arguisce sin dal titolo: Naturalmente denaturate: le molecole in cucina.

Il tema era, infatti, quello della nuova frontiera rappresentata dalla cucina molecolare: dal cibo come ingrediente della cultura alla cucina come scienza vera e propria, che ne studia appunto le variazioni chimiche e fisiche che avvengono negli alimenti durante la loro preparazione. Come è stato opportunamente più volte ricordato, anche nella precedente Sessione Primaverile del Convegno, riprendendo Claude Lévi-Strauss, l’uomo è l’unico animale che rielabora il proprio nutrimento prima di consumarlo: l’homo sapiens è anche homo coquens!

Maddaloni ha ricordato la nascita ufficiale, recentissima, della cucina molecolare (nel 1990, ad Erice) e i suoi maggiori studiosi: Davide Cassi, Ettore Bocchia e uno chef come Massimo Bottura, considerato il primo ristoratore al mondo nel 2016 e nel 2018.

È stato affascinante sentir parlare delle nuove modalità di preparazione e di cottura, di abbinamento di sapori e di presentazione dei cibi: come, ad esempio, l’utilizzo dell’azoto liquido per il congelamento istantaneo e l’abbattimento di temperatura oppure di nuove tecniche come la sferificazione e, più ancora, la “cottura assoluta”, consistente nella sostituzione dell’olio con lo zucchero semplice. Qualche esperimento “casalingo” del Professore è stato esibito durante la sua esposizione: questo e i filmati mostrati hanno reso ancora più chiara e suggestiva la trattazione.

Il pubblico, di docenti e studenti, di interessati e appartenenti alle numerose Associazioni culturali coinvolte nell’organizzazione dell’evento, ha dimostrato di gradire molto tutti gli interventi, grazie alla chiarezza e all’entusiasmo dei relatori e alla novità dell’impostazione, che privilegia la divulgazione alla compiaciuta erudizione.

 

 

Lucia Sagnelli e Cecilia Sicca

3 A Liceo Classico Mondovì

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