AICC Cuneo

I Mondi della Follia: Sessione Primaverile del Convegno AICC 2022

 I Mondi della Follia: Sessione Primaverile del Convegno AICC 2022

PRIMA GIORNATA.

Giovedì 12 maggio, presso la Sala Ghislieri, si è tenuto il primo dei due appuntamenti del Convegno AICC (Associazione Italiana Cultura Classica) su I Mondi della Follia. I lavori si sono aperti con un breve intervento da parte dell’Ass. Luca Robaldo, che ha espresso il suo plauso per tale iniziativa e ha portato il saluto dell’intera Giunta comunale; subito dopo il Prof. Bruno Gabetti, Dirigente Scolastico dei Licei di Piazza, ha rimarcato l’importanza del “fare cultura” del nostro Liceo, in sinergia con l’AICC e altre Associazioni Culturali del territorio.

Ha preso, quindi, la parola il Prof. Stefano Casarino, Presidente della Delegazione Cuneese dell’AICC, manifestando la sua gioia per aver finalmente potuto organizzare il Convegno, dopo il difficile periodo di pandemia, argomento presente anche nei successivi discorsi. Egli ha evidenziato come la follia sia un tema molto presente in qualsiasi cultura, a partire dai classici, con Omero, fino ad arrivare agli autori cristiani. Si è chiesto, poi, cosa sia oggi la follia, in questi tempi di pandemia, distanziamento sociale e guerra: interrogativo, questo, che apre al primo dei due grandi interventi del pomeriggio, quello dello psichiatra Dr. Edoardo Cossetta. 

Egli inizia presentandoci il tema della disumanizzazione e soprattutto i pericoli ad essa legati; non riusciamo, infatti, a stare dietro all’incalzare degli eventi e a cambiamenti troppo veloci: il nostro cervello è ancora quello dei nostri lontani antenati, raccoglitori e cacciatori. Dopo questa breve introduzione ha citato una frase latina, dall’Heautontimorumenos di Terenzio: Homo sum, humani nihil a me alienum puto (sono un essere umano, non ritengo nessuna cosa umana estranea a me), sottolineando il termine alienum, che indica, appunto, tutto ciò che è da noi lontano e che consideriamo diverso. Ha spiegato che la disumanizzazione trova terreno fertile quando si inizia a ragionare secondo il criterio di alienum: si pensi agli Ebrei, tenuti prigionieri in campi il cui obiettivo era quello di distruggere la loro natura umana. Ma di questo concetto troviamo le conseguenze in ogni ambito; nella guerra, dove si è passati dalla falange al fungo atomico; nel lavoro, il quale ha sempre presentato aspetti disumanizzanti, che però oggi sono diventati più evidenti e pervasivi; anche nella tendenza all’etichettamento e nell’ossessione per la normalità e, soprattutto, nei manicomi, nei quali si rinchiudevano i “pazzi”, i “diversi” da tutti gli altri. Oggi, in Italia, queste strutture non esistono più, ma a bilanciare la situazione si sono aggiunti molti e subdoli ambiti di disumanizzazione. La digitalizzazione, per esempio: tutti gli apparecchi ad essa collegati favoriscono una tendenza alla solitudine e creano forte dipendenza. Ma anche il tema della morte, che noi occidentali abbiamo di nuovo sentito vicino a seguito di guerra e pandemia, ha lasciato la sua traccia; nemmeno la medicina è stata risparmiata: non è più un’arte, come era considerata da Ippocrate. Il Dr. Cossetta termina il suo intervento sottolineando il fatto che l’epoca in cui noi viviamo è difficile, complessa e ricca di ambiti che favoriscono la disumanizzazione; esprime, quindi, la sua speranza nei confronti delle nuove generazioni, che, nonostante siano così esposte ai rischi della digitalizzazione, dimostrano sensibilità e predisposizione alla preservazione dell’umanità in tutti i suoi aspetti.

Segue l’intervento di due alunni della classe 2 D del Liceo delle Scienze Umane, Caterina Beccaria e Leonardo Michelis, che hanno affrontato il tema degli Hikikomori, i giovani giapponesi che, per sfuggire dalla società e dagli standard elevati di competizione che essa impone, si isolano mantenendo solo i rapporti più stretti, poi quelli familiari e infine nemmeno questi.

Inizia, poi, il secondo e ultimo intervento, dal titolo Tra gli anfratti della mente… storie di follia quotidiana; l’obiettivo del relatore, lo psicologo Dr. Mauro Selis, è stato quello di provare a presentarci i pazienti di un ipotetico manicomio, tramite l’ascolto di canzoni d’autore e la lettura di poesie che ne rispecchiassero la condizione esistenziale. Il primo paziente è stato presentato sulle note di Sognando, brano composto da Don Bachy, cantato da Mina; si passa, poi, alla visione di un estratto del film Per le antiche scale e di Un viaggio chiamato amore. Il secondo brano è stato Ipnosi di Guido Politi e si è analizzata un’affermazione di Alda Merini: La pazzia mi visita almeno due volte al giorno. Dei due individui non si comprendono solo la cartella clinica e gli eventuali crimini (il secondo ha compiuto un omicidio), ma, al termine del percorso, sono stati compresi e compatiti, si è evidenziata ed apprezzata la loro dolente, straniata umanità.

 Angelica Musso, 2 A Classico

SECONDA GIORNATA.

Venerdì 13 maggio si è svolto il secondo incontro su I mondi della follia. Due gli interventi previsti: il Prof. Stefano Casarino ha relazionato su “Il sapere non è essere saggi: la follia nella tragedia greca” e la Prof.ssa Marika Mangini su “Folle è l’uomo che parla alla luna. Stolto chi non le dà ascolto: la follia in Shakespeare”. 

La follia, quindi, ha continuato ad essere il filo conduttore dei due contributi che, sebbene riguardassero personalità molto lontane dal punto di vista cronologico, sono stati complementari e coinvolgenti.

Il sapere non è essere saggi, citazione dalle Baccanti di Euripide (406 a.C) ha aperto la riflessione sulla μανία del Prof. Casarino, che, nel suo contributo, ha citato quattro esempi di tragedie greche in cui la follia assume tre valori diversi: nell’Aiace di Sofocle e nell’Eracle di Euripide essa rappresenta il delirio di auto affermazione e la solitudine, nell’Antigone di Sofocle è allo stesso tempo iperdeterminazione e monomania che impediscono il dialogo e, infine, nell’Alcesti di Euripide è causa di oblio e dimenticanza di sé.

La tragedia incentrata sulla figura di Aiace si apre con il monologo della sua “compagna di letto”, nel quale la donna definisce folle l’azione da lui compiuta. L’opera è bipartita: nella prima parte l’eroe è vivo, nella seconda è morto, ma comunque protagonista, perché nel teatro greco i morti interferiscono nella vita dei vivi. La follia (μανία) dell’eroe è causata da Atena: l’uomo pensa di uccidere i suoi nemici (i commilitoni che hanno consegnato le armi di Achille a Odisseo e non a lui, nonostante fosse il guerriero più valoroso), ma in realtà compie una strage di bestiame. L’uomo, quando rinsavisce, si suicida in modo eroico perché non può continuare a vivere nel disonore (ἀτιμία). Aiace è quindi un eroe catafratto, in solitudine: non comunica affatto con nessun altro, nemmeno con la donna che lo ama.

L’Eracle di Euripide è un’opera sui generis, perché l’inizio è molto negativo per il protagonista: Lico, infatti, usurpa il suo trono a Tebe e sta per uccidere sua moglie Megara, i figli e l’anziano padre Anfitrione. Il semidio, dopo aver liberato Teseo dagli Inferi, entra in scena e uccide Lico; questo momento può far pensare a un happy end per la tragedia, ma Era, tramite la sua messaggera Iris e Lissa, dea della furia, riesce a infondere la μανία in Eracle. Scambiando i propri figli per la progenie di Euristeo, il tiranno che gli impose le fatiche, egli li uccide e non risparmia nemmeno la moglie Megara: il pazzo incarna quindi le due definizioni di terrore nei confronti degli omicidi e di pietà che si prova nei suoi confronti quando rinsavisce. Solo suo padre, Anfitrione, viene salvato da Atena ed è lui che deve raccontare al figlio la strage compiuta. Eracle medita il suicidio, ma viene convinto da Teseo che la sopportazione del misfatto sia la sua prova più importante. Gli dèi, di fronte a episodi di questo genere, secondo Euripide, si comportano come vogliono e gli uomini sono solo marionette nelle loro mani.

Nell’Antigone di Sofocle la pazzia assume un valore politico: sono in contrapposizione l’anarchia di Antigone, che vuole seppellire il fratello Polinice, pur contro la volontà del sovrano Creonte, e il totalitarismo di quest’ultimo, che vuole rafforzare il proprio potere. I due personaggi sono prigionieri delle proprie certezze, monomaniaci, e non si lasciano persuadere dai loro cari, perciò è permanente l’impossibilità del dialogo. Inoltre, Antigone esprime la logica del γένος, della parentela, e sottolinea l’importanza degli onori funebri, mentre la logica di Creonte è quella dello Stato totalitario, unica fonte dell’etica. Il messaggio principale che passa è che chi non è democratico è pazzo, poiché la democrazia non si schiera né dalla parte di Antigone né da quella di Creonte.

La pazzia di Alcesti, nell’omonima tragedia di Euripide, è l’unica forma salvifica di follia, perché la donna si offre di morire per riportare in vita il marito Admeto, re di Fere. Questa scelta è possibile poiché Apollo, che era stato schiavo di Admeto a causa della condanna di Zeus per aver ucciso i Ciclopi, si sentì debitore del re per la sua accoglienza (ξενία) al punto da chiedere ed ottenere dalle Moire che il sovrano potesse ritornare in vita, se qualcuno si fosse sacrificato per lui. Alcesti sceglie la morte (θάνατος) perché prova amore incondizionato per Admeto (Ἔρως). Il miglior critico di questa tragedia fu Platone che nel Fedro distingue due forme di pazzia: la μανία umana, che ha una connotazione sempre negativa, e la μανία divina, profetica, rituale, poetica o erotico-filosofica, come nel Simposio.

Al termine del contributo del docente, Nicolò Aicardi e Matilde Bertino, due alunni dell’indirizzo delle Scienze Umane del nostro Liceo, hanno analizzato la figura di Sigmund Freud, riferendosi alle basi della psicoanalisi da lui ideate (Es, Io e Super-Io) e alle sue importanti scoperte in campo psicologico, come la denominazione della schizofrenia, malattia che era precedentemente nominata isteria e si pensava colpisse solo le donne.

La Prof.ssa Marika Mangini, nel suo intervento, ha presentato il ruolo della follia nell’Amleto e nel Macbeth di William Shakespeare, drammaturgo che indaga la natura umana, scandaglia la sua psiche e presenta eroi moderni, uomini che si interrogano sul significato della vita, sulla natura della morte, sul conflitto tra ciò che è e ciò che appare, sui vizi e sulle virtù umane. La follia che si presenta nei drammi di Shakespeare si manifesta in più forme.

La tragedia Amleto è spesso associata al tema della vendetta, ma contiene molto altro: anzi, la vendetta è un espediente, passa in secondo piano rispetto ad altri temi. Amleto è disgustato perché non tollera il matrimonio tra lo zio e la madre, si sente alienato nel suo stesso regno, e, prima della richiesta di vendetta da parte del fantasma del padre, il principe decide di indossare la maschera della follia. 

A questo punto si insinua il dubbio esistenziale: agire o meno, il dilemma che lacera l’uomo in ogni momento. Amleto è quindi l’eroe del dubbio, dell’inazione, che si interroga e decide di dissimulare la follia e procrastina non solo perché vuole essere sicuro di cosa vuole compiere, ma anche perché sa che la vendetta della morte del padre non risolverà il suo dubbio esistenziale. La follia di Amleto si colloca tra la finzione e la realtà. Nell’opera si possono riconoscere tre livelli di pazzia: quella dissimulata, per cui Amleto indossa la maschera per cercare di smascherare gli altri personaggi, ma dissimula per non destare sospetti; lo spleen, l’angoscia esistenziale, per cui si trasforma anche l’amore per la madre e per Ofelia; la follia amorosa di Ofelia, che si suicida in seguito al rifiuto di Amleto. Dato che Ofelia è manipolata da Polonio, appare come una vittima innocente, poiché il suo delirio è vero e lei lo affoga nella morte.

Il Macbeth, definita tragedia dell’ambizione, si apre con la profezia da parte di tre streghe a Macbeth sulla sua incoronazione come re di Scozia; per realizzarla, allora, egli decide di uccidere il re, omicidio possibile grazie alla cooperazione di sua moglie, Lady Macbeth, che lo manipola e lo induce a compiere il misfatto. Macbeth è un personaggio debole all’inizio della tragedia, poi perseguitato dai sensi di colpa, definito da Lady Macbeth infirm on purpose, in contrapposizione con lei, fredda, calcolatrice, la mente criminale che guida il marito. Momento fondamentale nella tragedia è, nel Secondo Atto, l’omicidio di Banquo, precedentemente alleato e amico di Macbeth, che rappresenta l’ostacolo da eliminare per avverare la profezia delle streghe. Certamente, la follia domina la mente del protagonista, con esempi di allucinazioni come quella del fantasma dello stesso Banquo al banchetto che avrebbe dovuto celebrare il trionfo del re. Ma la follia “contagia” anche Lady Macbeth e assume due vesti distinte: un’ambizione sfrenata che porta la donna ad una crudeltà estrema, a tal punto da chiedere agli spiriti della morte e della notte di snaturarla (“unsex me”) e la perdita della razionalità che determina il sonnambulismo e la visione di indelebili macchie di sangue sulle sue mani. In Lady Macbeth vi è un passaggio dalla cruelty, la mente fredda e calcolatrice tipica della figura della donna criminale, alla madness, quindi al completo smarrimento di sé.

L’intervento si è concluso con la citazione da Amleto “What a piece of work is a man”, che sottolinea la grandezza e difficoltà di comprensione dell’essere umano.

Suggestiva, inoltre, la scelta di alternare all’esposizione la proiezione di parti teatrali in cui i personaggi recitavano scene di follia. Un modo particolarmente efficace per rendere visiva la descrizione di un sentimento. “Folle è l’uomo che parla alla luna”, ma “stolto chi non le dà ascolto” è un efficace aforisma che ci ricorda come la follia, in fondo, faccia parte della nostra vita e, per questo, ogni tanto possa essere utile cederle. 

Alla fine della conferenza, un apprezzato momento conviviale ha contribuito a rendere il momento di comunità ancora più olistico, citando il Prof. Casarino: la speranza è quella di ripetere eventi analoghi, formativi ed aggreganti, che rendono la nostra scuola inclusiva e moderna.

      Giuseppe Borgotallo, 2 A Classico

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CONVEGNO AICC

NOTTE DEL CLASSICO

DANTE IMMORTALE…A 700 ANNI DALLA MORTE!

Nel 2021 in tutto il mondo si celebra il settimo centenario della morte di Dante Alighieri. Anche Mondovì ha ideato una serie di iniziative, tra cui l’allestimento di una mostra “particolare”, per rendere omaggio al Sommo Poeta e prestigio alle strutture che la ospitano, il Liceo Classico e la Cattedrale della città. Si tratta di un progetto d’illustrazione fotografica di una selezione di canti della Divina Commedia, in cui ciascuna fotografia illustra la terzina di un canto. Ogni immagine è accompagnata da un box di testo in cui la terzina, oltre che nella lingua di Dante, è riportata nella traduzione di cinque lingue (inglese, francese, spagnolo, tedesco, portoghese). Le immagini, tutte opera del Dr. Giovanni Cera, sono fotografie digitali, scattate prevalentemente in provincia di Cuneo, e specialmente a Mondovì e nel Monregalese, ma qualche scatto proviene anche da paesi esteri. In ciascuna delle due sedi ospitanti saranno esposti venti diversi pannelli: precede le esposizioni un pannello introduttivo che illustra la mostra e riporta notizie sui traduttori. Sul pannello sarà presente un QR-code con il quale sarà possibile una visita guidata virtuale con notizie sulle terzine e sulle fotografie.

La mostra sarà aperta da lunedì 8 novembre a domenica 12 dicembre con i seguenti orari:

  • Chiostro del Liceo Classico: dal lunedì al venerdì dalle 14 alle 18
  • Chiesa Cattedrale di San Donato: tutti i giorni dalle 9 alle 18

L’inaugurazione della Mostra avverrà lunedì 8 novembre alle ore 15 nell’Aula Magna della Scuola Comunale di Musica di Mondovì, con brevi relazioni di: Dr. Giovanni Cera, Prof. Dario Raschieri, Don Andrea Rosso e Prof. Stefano Casarino e con interventi musicali a cura di studenti del Liceo Classico monregalese. Le celebrazioni dantesche continueranno poi domenica 5 dicembre alle ore 16 in Sala Ghislieri a Mondovì Piazza, con Serata in Cattedrale… a riveder le stelle: saranno relatori il Prof. Stefano Casarino e Don Andrea Rosso e interverrà il Coro Laus Iucunda.

Il persistere dell’epidemia di Covid non impedisce all’Associazione Italiana di Cultura Classica (A.I.C.C.) di celebrare la

GIORNATA MONDIALE DELLA LINGUA LATINA,

proponendo la Prima Edizione di

IL LATINO, LINGUA VIVA

sotto forma di webinar (link: https://meet.google.com/kyf-octj-jxh)

il 9 aprile 2021 dalle ore 16.30 alle 19,

con interventi dei Proff. M. Capasso, G. Salanitro, R. Funari, P. Viti, W. Lapini, P.B. Colucci, come da locandina allegata.

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