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LA SHOAH ATTRAVERSO LE POESIE DI PRIMO LEVI – Stefano Casarino

LA SHOAH ATTRAVERSO LE POESIE DI PRIMO LEVI

Stefano Casarino

Non da molto celebriamo il Giorno della Memoria.

Abbiamo iniziato a farlo grazie alla Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1 novembre 2005: sono quindi solo una dozzina di anni. Fu fissato al 27 gennaio perché quello fu il giorno (nel 1945) in cui l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz: vi furono trovate solo 7.650 persone (quel campo poteva contenerne sino  a 200.000) in condizioni così disperate che, entro il 6 febbraio 1945, ne morirono 2.770. Si calcolò che in cinque anni, lo sterminio nazista provocò nel solo lager di Auschwitz-Birkenau almeno un milione di vittime.

Oggi ci è familiare il termine “Shoah” (in ebraico “catastrofe”, “distruzione”); prima usavamo un altro termine, “Olocausto” (in greco significa “bruciato integralmente” e designava un particolare tipo di sacrificio, in cui l’animale sacrificato veniva appunto arso del tutto).

Cambiano i termini, resta l’abominio di un fatto unico nella storia dell’umanità: non solo lo sterminio, l’annientamento (die Vernichtung)  di oltre i due terzi degli Ebrei d’Europa (circa 6 milioni), ma di una quantità ancora maggiore di persone (da 12 ai 17 milioni) tra prigionieri di guerra, polacchi, rom e sinti, disabili, omosessuali, testimoni di Geova, oppositori politici, ecc… Un fatto unico, verificatosi con piena intenzione, voluto e progettato nei minimi dettagli, imparagonabile ad altro e proprio per questo indelebile nel ricordo.

Per aiutarci a rammentare e, soprattutto, a riflettere possiamo ricorrere a Primo Levi (1919-1987): non, però,  a quello più noto di Se questo è un uomo (1947) , La tregua (1963), I sommersi e i salvati (1986), tutte opere in prosa, ma al Levi autore di un’unica, particolarissima opera, Ad ora incerta (1984), che raccoglie quarant’anni della sua sporadica attività di poeta e di traduttore di poesie.

Il titolo rimanda ad un testo da lui molto amato, che costituirà quasi una sorta di ossessione: La ballata del vecchio marinaio (1798) di Samuel Taylor Coleridge. Come là il vecchio marinaio è costretto da un potere sovrumano a raccontare a chiunque incontri la sua terrificante storia, così l’autore torinese si sentì dopo essere sopravvissuto ad Auschwitz: uno che non poteva fare a meno di ripetere  – “ad ora incerta”, cioè imprevedibilmente, in qualunque momento – la narrazione dell’orrore del Lager.  In prosa e in versi, anche se nella raccolta le poesie direttamente riferite alla Shoah sono solo otto: ma non è difficile trovare riferimenti, allusioni ad essa anche in molti altri testi.

Ad ora incerta è un’opera di cui mi sento di raccomandare la lettura: qui mi limito a richiamare solo qualche lirica.

Alzarsi è un breve testo – solo 14 versi – in cui Levi contrappone le notte e i risvegli nel Lager (le notti feroci; i sogni densi e violenti, breve sommesso il comando dell’alba) a quelli del ritorno a casa, alla normalità (il nostro ventre è sazio; abbiamo finito di raccontare). Ma anche ora può tornare il comando straniero, formulato in polacco: “Wstawać”. In polacco, non in tedesco: Auschwitz è in Polonia, nel Lager imperavano i Kapò, detenuti di “razza ariana” classificati come criminali comuni, contrassegnati con una fascia al braccio, a cui venne affidata l’organizzazione dei diversi caseggiati, arbitri della vita e della morte dei detenuti. La folle volontà nazista di sterminare coloro ritenuti indegni di vivere creò gerarchie di aguzzini, organizzò maniacalmente tutte le possibili gradazioni di sadismo e di violenza. L’angoscia di un passato che può sempre tornare, di quel comando che può essere nuovamente riascoltato è il leit-motiv di tutta la produzione di Levi: sarebbe bene che un pochino di quell’angoscia la avvertissimo anche noi, oggi che si parla stoltamente a vanvera di “razza” e che si disquisisce su quanto di buono abbia fatto il fascismo!

Per Adolf Eichmann fu composta nel luglio 1960: in quell’anno uno dei principali responsabili dei trasferimenti degli Ebrei nei lager, rifugiatosi in Argentina, fu arrestato dal Mossad e portato in Israele, dove fu il primo nazista ad essere processato là, quindici anni dopo Norimberga, e condannato all’impiccagione (31 maggio 1962) per genocidio e crimini contro l’umanità (unica esecuzione capitale di un civile avvenuta in Israele).

Al processo Eichmann si difese sostenendo di avere semplicemente eseguito gli ordini ricevuti e fu considerato da Hannah Arendt (nel suo famoso La banalità del male, 1963) un grigio burocrate: in realtà fu convintamente antisemita, come emerse dalle numerose testimonianze e in base a quanto lui stesso dichiarò: All’occorrenza salterò nella fossa ridendo perché la consapevolezza di avere cinque milioni di ebrei sulla coscienza mi dà un senso di grande soddisfazione. Mi dà molta soddisfazione e molto piacere. A questo funzionario dell’orrore, Levi nella sua poesia non augura la morte, ma un destino ben peggiore: Possa tu vivere a lungo quanto nessuno mai visse:/possa tu vivere insonne cinque milioni di notti,/e visitarti ogni notte la doglia di ognuno che vide/rinserrarsi la porta che tolse la via del ritorno,/intorno a sé farsi buio, l’aria gremirsi di morte. Versi durissimi, del tutto estranei al perdono cristiano.

Lo stile poetico di Levi è privo di abbellimenti retorici, di compiacimenti estetici: nemmeno indulge in particolari macabri o nella facile ricerca del pathos.

D’altronde, Levi, ebreo non credente,  è colui che in Shemà – la lirica premessa a Se questo è un uomo, allusiva della preghiera più importante dell’ebraismo, in cui si invita l’intero popolo di Israele ad “ascoltare” – ci impone (vi comando queste parole) di ricordare, di tenere sempre ben presente a cosa è riuscito ad arrivare l’uomo, a quali abissi di degradazione morale e di ingiustificabile frenesia omicida.

Leggere i suoi versi è una meditazione laica, un esercizio di pietà per le troppe vittime della Shoah e la raccolta di un importante lascito etico.

Il secolo scorso ha contenuto il massimo dell’orrore che si possa incontrare studiando la Storia e ha scosso irreparabilmente le facili fedi in un’umanità “naturalmente” buona: ricordare, nel Giorno della Memoria (ma non solo!) è anzitutto un dovere morale.

Ed è anche, voglio crederlo, l’unico valido modo per esorcizzare il male sempre in agguato e sempre pronto a ripresentarsi.

Anche nel nostro presente.

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IMPRESSIONI SU “IL MALATO IMMAGINARIO”

GENOVA, TEATRO DELLA CORTE

domenica 14 gennaio 2018

 

Il medico ha pronta

la sua scappatoia:

“Un peggioramento improvviso”

Questo anonimo autore di Senryu, un genere di poesia giapponese assimilabile per tonalità e tematiche al giambo greco, anticipando nel tempo e nello spazio il drammaturgo francese, esprime in maniera inequivocabile quell’universale diffidenza verso la classe dei dottori che animava, e anima ancora oggi, certe persone. Nel Giappone del XVII secolo, caratterizzato dall’egemonica presenza della famiglia Tokugawa al potere, la satira politico-sociale non era affatto tollerata, tanto che i più polemici fra gli haijin tramandarono i propri versi in forma anonima.

Questo scenario non è poi così diverso da quello presente a oltre diecimila chilometri di distanza, più a ovest, dove sorgeva l’assolutista regno di Luigi XIV, passato alla storia con l’appellativo di Re Sole. È la Francia dello sfarzo, della maestosità di Versailles, canto del cigno di un’aristocrazia ormai decadente, ma, ancora di più, è la Francia di Molière.

Grande autore e interprete delle sue stesse opere, Molière realizzò il proprio successo, perché coniugò con originalità la cultura classica, studiata al Collège de Clermont, con i gusti esigenti della corte transalpina. Ne è un esempio lampante, oltre che epilogo della sua carriera, il celeberrimo Malato Immaginario, recentemente portato in scena al Teatro  della Corte di Genova.

La commedia deriva molti spunti dalla tradizione romana, richiamandosi a Plauto, padre del genere comico latino, e a Terenzio. Il primo, con cui Molière si era cimentato in precedenza realizzando dei remakes di Amphitruo e Aulularia, ispira l’architettura dell’opera: una situazione di relativa tranquillità viene tutto a un tratto interrotta da un evento inaspettato e sarà dovere del servus callidus (lo schiavo astuto, qui declinato al femminile!) dare il suo contributo per garantire al suo padrone un happy ending. Col secondo, Molière ha in comune il gusto per la riflessione, la volontà di affrontare temi seri sotto la superficie giocosa del comico: qui si tratta di scherzare e di riflettere sul valore e limiti della medicina e dei suoi rappresentanti, che vengono messi alla berlina per il loro attaccamento ossessivo ai testi della tradizione, un punto fermo, un qualcosa di intoccabile e indiscutibile, sempre e comunque.

Centro dell’opera è la figura emblematica di Argante, un ipocondriaco con soldi in abbondanza, da destinare unicamente alle sue medicine, prescrittegli a regolare cadenza. Le persone vicine a lui sono molto diverse fra loro: da una parte Belinda, sua sposa novella e matrigna dissimulatrice, e dall’altra Angelica, figlia di primo matrimonio, colpevole agli occhi del padre di disubbidire alla sua volontà. In verità, l’unica colpa della giovane è l’opposizione al piano del padre di darla in sposa a uno dei suoi cari amici medici. L’unica alternativa concessale è il convento. Nel mezzo di questi contrasti familiari, interviene la serva Tonietta, che, garante della causa di Angelica, cerca con ogni mezzo di dissuadere l’anziano padrone dall’imporre un sempliciotto di medico come sposo per la figlia. Dopo alterne vicende e siparietti comici, Tonietta e Beraldo, fratello di Argante, architettano un piano per mettere Belinda fuori dai giochi e aprire gli occhi al vecchio, non ancora convinto, nonostante le martellanti argomentazioni contro la medicina avanzate dal fratello.

La serva, travestitasi da medico, proporrà cure talmente drastiche, fra le quali l’amputazione, che Argante ritornerà sui suoi passi. Rimane irremovibile solo su un punto: l’assoluta convinzione della fedeltà e della devozione della sua seconda moglie. Tutto ciò viene subito smentito, nel momento in cui Belinda, avendo abboccato alla falsa notizia della morte del marito, si abbandona a una gioia incontenibile proprio davanti al “cadavere”. Al contrario, l’unica davvero fedele e affezionata sarà la figlia, disposta addirittura a ubbidire all’insano proposito del padre, pur di rispettarne la memoria. Il lieto fine è assicurato: il matrimonio d’amore viene concesso e il promesso sposo promette di studiare medicina, pur di veder felice il suocero.

Nella versione moderna, quella di domenica 14 gennaio, sono stati tolti tutti gli intermezzi cantati e ballati, che nonostante un tempo fossero assai apprezzati dal pubblico imparruccato di Versailles, oggi appaiono come un superfluo retaggio passato. Eccellente la qualità dello spettacolo: la scenografia, minimalista e per certi versi vicina ai canoni moderni, e i costumi, non seicenteschi ma neppure vistosamente moderni, sono stati azzeccati.

Quanto alla recitazione, appurato che in questo genere di teatro la mimica e il sapiente uso della voce assumono primaria importanza, è facile dedurre perché il lavoro degli attori, in particolare di coloro che interpretavano Argante e Tonietta, cioè  Gioele Dix e Anna della Rosa, sia stato più volte acclamato dal pubblico con intense ondate di applausi. L’uno bravissimo per la sua versatilità nell’interpretare un personaggio dalle numerose sfaccettature psicologiche (in particolare nella parte dell’iracondo, che ha strappato non poche risate in platea); l’altra per un’acuta espressività e l’egregia abilità imitatoria, che toccava il suo apice nei famigerati “a parte” di plautina memoria. Ma tutta la Compagnia è stata debitamente festeggiata: tutti sono stati perfetti nei loro rispettivi ruoli, intrattenendo con gusto e maestria il numerosissimo pubblico presente.

In conclusione, è doveroso segnalare come questo capolavoro di Molière fosse passato totalmente in sordina al tempo dei suoi contemporanei, che criticarono aspramente il suo stile, ritenuto troppo volgare. Eppure tutto quel “turpiloquio”, nei fatti limitato a innocue invettive fra padrone e serva, sarebbe stato rivalutato dopo la morte dell’autore dalla stessa Accademia di Francia, che presa dal rimorso per non averlo accettato tra i suoi membri, eresse una statua in suo onore, con la dicitura: “Nulla manca alla sua gloria, egli manca alla nostra.”

Luca Gambera – IV Liceo Classico Mondovì (CN)

 

 

PRESENTATO A MONDOVI’ IL VOLUME: “L’ARTE DELLA RETORICA”

PRESENTATO A MONDOVI’ IL VOLUME

“L’ARTE DELLA RETORICA”

Mercoledì 13 dicembre in Sala Scimé a Mondovì è stato presentato il volume “L’arte della parola tra antichità e mondo contemporaneo” edito da Aracne Roma, che raccoglie gli Atti del Convegno del 2014, organizzato su tale tema dalla Delegazione di Cuneo dell’A.I.C.C, e fa parte della collana Mnemata di cui il sottoscritto e il Prof. A.A. Raschieri sono direttori.

Il Sindaco, avv. Paolo Adriano, accettando con cortese disponibilità l’invito rivoltogli, ha introdotto i lavori del pomeriggio, ringraziando i promotori dell’iniziativa e soffermandosi sull’importanza quanto mai attuale di una riflessione articolata sul valore della comunicazione, scritta e orale, ora che imperversano acronimi, anglismi e sciatterie espositive varie.

Chi scrive ha rimarcato la ricchezza culturale di Mondovì, che può vantare da qualche anno anche una notevole attività di divulgazione, resa possibile dalla proficua e costante collaborazione tra le Associazioni Culturali presenti sul territorio (Gli Spigolatori, rappresentati per l’occasione dalla Presidente, Prof.ssa Giuliana Bagnasco e il Centro Studi Monregalesi), il mondo della scuola (il Liceo “Vasco-Beccaria-Govone” rappresentato dal Dirigente Scolastico, Prof. Bruno Gabetti) e i Dipartimenti Universitari di Genova (una particolare ed affettuosa menzione è stata riservata alla Prof.ssa Lia Raffaella Cresci, da sempre protagonista dei Convegni AICC) e di Torino, qui rappresentato dal Prof. Stefano Sicardi.

Ogni anno i Convegni dell’AICC di Cuneo sono scanditi in due sessioni (primaverile e autunnale) e dedicati a temi di particolare interesse e tali da consentire una trattazione pluridisciplinare: nel 2014 è stata la volta, appunto, della “retorica”, cioè dell’ “arte di parlare bene in pubblico”, proprio in un momento in cui sembra che la “parola” abbia perso il suo primato e sia stata spodestata dai numeri delle statistiche e dai bytes dell’informatica.

L’intervento della Prof.ssa Gabriella Mongardi ha fornito tutti gli elementi indispensabili per ricavare un’idea generale del volume presentato, evidenziando la felice diversità dei contributi e l’ampio spettro dei problemi trattati, dall’oratoria greca a quella latina e persino a quella cristiana, giungendo anche a tematiche più contemporanee, sulle quali si è soffermato il Prof. Ennio Desderi , che ha focalizzato il discorso sul suo studio, particolarmente accattivante, della retorica del Presidente statunitense Barak Obama.

In chiusura, il Prof. Stefano Sicardi ha esposto considerazioni stimolanti sul complesso rapporto tra retorica e diritto, analizzando il cambiamento di paradigmi culturali che ha determinato, del pari, un mutamento tra il dominio delle capacità persuasive all’imporsi di una logica stringente e deduttiva nelle argomentazioni giuridiche fino ad arrivare oggi al più moderato concetto di “ragionevole”, che, a parere di chi scrive, non è forse poi molto lontano dal concetto di  εἰκός del mondo greco.

Ci si augura che la lettura del libro possa ulteriormente consentire riflessioni ed approfondimenti personali su un tema così centrale sia nella nostra cultura che nella nostra esperienza quotidiana.

Un uso scorretto della parola, affermava Platone e sarebbe bene non dimenticarlo, “fa male all’anima”: cioè, ha ricadute e conseguenze decisamente gravi. Come recenti fatti di cronaca, credo, attestano benissimo.

Stefano Casarino

 

 

 

Che cosa è il tempo? Spazio Aperto alla Cultura – Liceo Vasco Beccaria Govone di Mondovì 29.11.2017

Che cosa è il tempo?

Spazio Aperto alla Cultura – Liceo Vasco Beccaria Govone di Mondovì

29.11.2017

 

Assumendo per buona la tradizionale concezione della simultaneità temporale (principio tutt’altro che scontato, in realtà, come vedremo), al buon sant’Agostino – ovunque mai si trovi – avrebbero dovuto fischiare continuamente le orecchie, lo scorso mercoledì 29 novembre, una volta tanto non per via di antifone elevate in suo onore dal coro di un chiostro, non essendo peraltro giorno di memoria, bensì, più laicamente, in quanto autore di una delle più efficaci meditazioni sul tempo che la civiltà occidentale abbia mai prodotto, ricordata spesso soprattutto per il gioiello aforistico che vi risplende al centro: «che cos’è il tempo? se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi mi interroga, non lo so». Monito che non ha impedito appunto di riproporre ancora una volta quella stessa domanda (è il destino dell’interrogazione filosofica, che sia poi declinata in chiave scientifica o sapienziale), in occasione del convegno organizzato in quella data dal Liceo “Vasco-Beccaria-Govone” di Mondovì, come secondo appuntamento di un ciclo inaugurato un anno fa sotto gli auspici tutelari del nostro venerato GiBì Beccaria e promosso nel quadro del progetto “Apriti Liceo”, vincitore del bando nazionale MiBACT “Scuola: spazio aperto alla cultura”. Al tempo, del resto, è dedicato lo splendido laboratorio-museo allestito presso i locali del Liceo, con il suo ricchissimo fondo di strumenti scientifici che da un paio d’anni a questa parte è stato progressivamente valorizzato e reso accessibile al pubblico: che si sia ripreso il filo proprio di lì non deve perciò stupire.

Se tutto questo spiega l’insistente evocazione agostiniana, non si pensi però che essa esaurisca interamente il tema. Ci troviamo infatti all’incrocio di vari saperi, là dove l’indagine filosofica si intreccia con quella teologica, ma anche con quella fisica e biologica, senza che si possano trascurare le immagini via via escogitate anche dalla letteratura, classica e non, per provare a definire e imbrigliare ciò che per definizione sembra incessantemente sfuggire a ogni presa. Il convegno, ospitato presso la Sala Conferenze dell’Istituto Alberghiero “Giolitti” di Mondovì, ha cercato di mettere a confronto tutte queste voci, offrendo quantomeno un profilo di alcune delle principali questioni in gioco quando si affronta un problema di tale portata. Il breve resoconto che segue è un maldestro tentativo di renderne conto.

 

I segni del tempo è il titolo di un bel saggio di diversi anni fa, nel quale lo storico Paolo Rossi aveva ricostruito la scoperta della storia della terra e la presa di coscienza, tutta moderna, della smisurata dilatazione dei tempi promossa dagli studi geologici, fondamentale premessa, tra l’altro, per l’elaborazione della teoria dell’evoluzione. Muovendosi implicitamente all’interno di questo medesimo orizzonte, e corredandolo con indicazioni di tipo espressamente climatologico, il dottor Alberto Crosetto, funzionario della Soprintendenza archeologica regionale e archeologo egli stesso, ha effettuato una ricognizione virtuale di alcuni siti piemontesi segnati, appunto, da cicatrici che testimoniano gli effetti di eventi catastrofici dovuti per lo più a inondazioni fluviali. Particolarmente suggestiva, in tal senso, la sovrapposizione delle piante delle città romane di Industria, Asti e Acqui Terme con le carte prodotte in tempi recenti dall’Arpa sul rischio idrogeologico riscontrabile nei medesimi luoghi – da cui si evince, per esempio, che gli urbanisti di età imperiale furono talora estremamente lucidi nel limitare l’espansione urbana a zone ritenute a buon diritto sicure, talora invece assolutamente temerari nel ritenere di poter controllare possibili fenomeni di piena, anticipando così errori che pure noi continuiamo a fare, con la conseguenza che nello stesso posto è oggi possibile trovare rovine in pietra e in cemento imputabili alle stesse cause ma databili a duemila anni di distanza.

 

Uno dei tanti tesori custoditi nelle aule del Liceo ha offerto lo spunto di partenza alla relazione del professor Paolo Lamberti: trattasi di un “orologio dantesco”, ovverosia di un marchingegno costruito a fine Ottocento (con lo zampino del monregalese Mercurino Sappa) e orgogliosamente esibito all’Esposizione Universale di Parigi, attraverso cui è possibile seguire passo passo l’itinerario ultraterreno di Dante, alla luce degli indizi astronomici ampiamente distribuiti nelle terzine della Commedia (ora se ne farebbe un’app per la LIM, anche se detta così suona un po’ come uno scioglilingua). Ad ogni modo, proprio una meticolosa analisi di tali passi cronografici, messi in relazione con le indicazioni fornite dai primi commentatori dell’opera, ha indotto Lamberti ad avanzare l’ipotesi che si debba forse posticipare di un anno la datazione del viaggio rispetto al canonico 1300 riportato in tutte le introduzioni attualmente in circolazione (e niente da fare, se così fosse sarebbe l’ennesima stilettata velenosa di Dante a Bonifacio VIII e al suo Giubileo).

 

Alla nuova concezione del tempo (nuova si fa per dire, perché ha più di cent’anni) elaborata dalla fisica moderna ha dedicato invece la sua relazione il professor Vincenzo Barone, fisico teorico dell’Università del Piemonte Orientale e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, ma anche apprezzato divulgatore (sua la recente e consigliata biografia Albert Einstein. Il costruttore di universi, il cui sottotitolo è un implicito riconoscimento del carattere “poetico” della fisica). Non mi avventuro neppure in quella che sarebbe una riproposizione meramente didascalica dei vari passaggi che dalla relatività speciale di Einstein hanno condotto al teorema di Noether e all’equazione di Dirac: il succo è che, per la fisica, il “tempo” come contenitore vuoto e omogeneo non esiste più, giacché esso scorre con ritmi diversi a seconda, per esempio, della velocità degli osservatori (di qui deriva il celebre esempio dei gemelli e una fetta non indifferente di paradossi fantascientifici). Credo però valga la pena richiamare il suggerimento proposto da Barone, in coda al suo intervento, per trovare una qualche connessione tra quest tempo “scientifico” e il tempo del senso comune. «Il tempo della relatività rende impossibile definire un presente. Ma noi uomini – dice Barone – non siamo solo riconducibili a sistemi fisici. Siamo anche una particolare categoria di sistemi naturali, che raccolgono e usano informazioni», per attaccare le prede e difenderci dai predatori, prima ancora che per elaborare complicate teorie sulla materia (siamo nel quadro della teoria della complessità elaborata da Murray Gell Mann, uno degli scopritori dei quark, del quale si veda, nonostante il titolo vagamente bersaniano, Il quark e il giaguaro, edito in Italia da Bollati Boringhieri). Sistemi di questo tipo hanno bisogno di un presente per strutturare una raccolta di informazioni secondo una successione temporale, e tale processo di decodificazione della realtà si è rivelato fin qui vincente sul piano adattativo, per cui non ha senso rinunciarvi. Il fatto che non vi sia un tempo assoluto ha conseguente – per così dire – “liberali”, rendendo legittimo l’impiego di molteplici possibili criteri per gestire il tempo. Detto altrimenti: «la fisica non determina, ma neanche proibisce».

Spostandoci nuovamente sul piano filologico-letterario, il professor Stefano Casarino ha quindi intrattenuto il pubblico con una vera e propria «scorribanda» (la definizione è sua) nella cultura classica, finalizzata a mostrare le diverse sfumature con cui la tradizione greca, in particolare, ha delineato la propria immagine del tempo. Alle spalle dell’oratore, per tutta la durata del suo intervento, è stata proiettata la riproduzione del Kairòs di Lisippo conservata in un bassorilievo funerario attualmente custodito presso il Museo di Antichità di Torino: un giovane alato con la nuca completamente rasata ma provvisto di folta chioma sul viso, pronta per essere afferrata – proprio “afferrata”, non semplicemente e graziosamente “colta”, come nota Casarino, proprio a sottolineare l’atteggiamento persino aggressivo di chi intende giocarsi bene il proprio tempo acciuffando l’occasione propizia. Esistere nel tempo, per i greci, è al tempo stesso un privilegio e una condanna. Questa nota è stata nuovamente intonata da un grande greco moderno, Constantinos Kavafis: «E se non puoi la vita che desideri / cerca almeno questo | per quanto sta in te: non sciuparla / nel troppo commercio con la gente / con troppe parole in un viavai frenetico. | Non sciuparla portandola in giro / in balia del quotidiano / gioco balordo degli incontri / e degli inviti, / fino a farne una stucchevole estranea».

 

E che per certi aspetti la letteratura sia in grado di illuminare strettoie in cui la filosofia rischia di perdersi è un possibile corollario desumibile dall’ultima relazione di giornata, quella condivisa dal professor Enrico Pasini, docente di Storia della Filosofia e di Storia della Scienza presso l’Università di Torino. Il suo intervento ha cercato infatti di individuare una casistica di possibili questioni prettamente filosofiche incentrate sul tema del tempo, spesso e volentieri giocate sul filo del paradosso (alcune di esse vengono richiamate proprio da Agostino nel passo sopra menzionato). Ci sono momenti della storia in cui i filosofi di professione si sono infatti accapigliati su problemi estremamente tecnici, al limite del comprensibile, producendo una letteratura che ha avuto e ha poco impatto al di fuori di un ristretta comunità di studiosi (le scuole epigoniche della tarda antichità, la scolastica tardomedievale, certe branche della filosofia analitica contemporanea): è all’interno di questi mondi che ci si interroga, per es., sulla possibilità di alterare il passato o di effettuare viaggi nel tempo (lo ha fatto di recente Giuliano Torrengo in un volume intitolato appunto I viaggi nel tempo. Una guida filosofica). Rompicapo intellettuali – si dirà. Ma è anche vero che quando si esce da questo orizzonte i filosofi finiscono non di rado per ideare, anche in relazione al tempo, categorie un po’ generiche e non particolarmente significative.

 

A risollevare le sorti della disciplina ci han pensato, a conclusione dei lavori, gli studenti delle classi quarte del Liceo, i quali – guidati dalla professoressa Angela Cucchi, con la collaborazione del professor Lorenzo Vacchetta – hanno allestito un intelligente dibattito intorno all’ulteriore curvatura che la questione del tempo subisce se riletta attraverso l’esperienza ormai totalizzante dei nuovi social media: la tendenza a rendere tutto istantaneo sta infatti provocando un’autentica mutazione antropologica, con la progressiva perdita di pause e tempi morti e una riproposizione in chiave digitale della “mobilitazione totale” di cui parlava Junger ai tempi della Prima Guerra Mondiale (un ultimo consiglio di lettura e poi smetto: Il Cerchio di Dave Eggers). Ma anche questo non è che l’ennesimo rialzo della posta in una discussione per esaurire la quale il tempo che ci è dato non è e non sarà mai abbastanza.

Simone Mammola

Alla scoperta di un libro. L’arte della parola tra antichità e mondo contemporaneo.

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