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QUANDO LA CULTURA PERMETTE DI PARLARE DI TUTTO. Riflessioni a conclusione della Sessione Autunnale del Convegno AICC 2017

QUANDO LA CULTURA PERMETTE DI PARLARE DI  TUTTO.

Riflessioni a conclusione della Sessione Autunnale del Convegno AICC 2017

IL SUONO TRA MAGIA, LETTERATURA, MUSICA E SCIENZA.

Stefano Casarino

Organizzata dalla Delegazione di Cuneo dell’Associazione Italiana di Cultura Classica, in collaborazione col Liceo “Vasco-Beccaria-Govone” di Mondovì e col Liceo “G.B.Bodoni” di Saluzzo, col patrocinio del Comune di Mondovì e il concorso di numerose Associazioni Culturali, Scuole e Dipartimenti Universitari, si è tenuta nei giorni 18, 20 (nell’Aula Bruno del succitato Liceo monregalese) e 25 ottobre (nell’Aula Magna del Liceo saluzzese) la Sessione Autunnale del Convegno su Il suono tra letteratura, musica e scienza.

Mercoledì 18 ottobre il  Prof. Luca Maddaloni ha iniziato il pomeriggio con uno splendido intervento sul tema Suoni che parlano: comunicazione acustica tra animali.

Con competenza e in modo briosamente accattivante il relatore ci ha introdotto nel fantastico mondo degli animali: superando una vieta prospettiva iperantropocentrica, ha spiegato le molteplici forme della comunicazione animale, soffermandosi in particolare su quella acustica.

Qui, dopo essenziali precisazioni sull’emissione di suoni ad alta frequenza (il topo) e a bassa frequenza (l’elefante), esemplificate con opportuni ascolti, siamo entrati in un’autentica miniera di informazioni: dal segnale multitasking della raganella coqui (il cui esemplare maschio emette un suono che attira le femmine e allontana i maschi rivali) alle sonorità di appartenenza del lupo alle varietà di canto degli uccelli (mentre il relatore parlava, il grecista che è in me pensava che gli aedi omerici “compongono” proprio come gli uccelli e che tutta la cultura classica è sempre stata affascinata dai piumati animali), spaziando dal cuculo al cardellino per finire coi pappagalli, i più straordinari imitatori di voci del mondo della fauna.

Impressionante l’udito del barbagianni  e quello della volpe, che riescono ad intercettare a grande distanza il debole squittio di un topo; strabiliante il modo di comunicare dei delfini. Personalmente, mi ha molto colpito la capacità di discernimento acustico ed intellettuale degli elefanti, che se ne restano tranquilli se sentono voci di gruppi etnici che non li cacciano e si mettono in allarme se invece ascoltano quelle di gruppi di cacciatori, a meno che non siano voci di donna o di bambini: il che significa che sono in grado di distinguere non solo l’etnia ma anche il sesso e l’età dei parlanti.

Le affermazioni del relatore sono state supportate da un ricco corredo di immagini e da filmati curiosi scelti con grande cura.

Con audace salto tematico il secondo relatore, Prof. Ennio Desderi, è intervenuto in modo articolato e criticamente perspicuo su Il grande Gatsby: suoni e musica dall’età del jazz.

Avvalendosi di efficaci slides, ci ha catapultati nei roaring Twenties, nei ruggenti Anni Venti americani, dei quali Francis Scott Fitzgerald è stato imprescindibile interprete.

Un mondo che a noi (o per lo meno, a chi scrive) appare oggi molto distante, quello delle flappers – le donne “maschiaccio” coi capelli “a caschetto”, l’immancabile sigaretta alle labbra e il bicchiere di whisky in mano, disinibite e volubili – e della lost generation – secondo la celebre definizione di Gertrude Stein riferita in Festa mobile da E.Hemingway, cioè i giovani che hanno fatto la Grande Guerra e che da tale esperienza sono rimasti per sempre segnati.

Fu Fitzgerald, invece, a definirla Jazz Age (dai Tales of Jazz Age, Racconti dell’età del jazz, pubblicati nel 1922): il decennio dal 1918 al 1928, prima della Great Depression (la crisi del 1929, conseguente al crollo di Wall Street).

L’epopea di quel periodo è tutta nel capolavoro di Fitzgerald, The Great Gatsby, (Il grande Gatsby, pubblicato nel 1925 e tradotto la prima volta in italiano da Cesare Giardini nel 1936 col titolo Gatsby il magnifico, che a parer mio non è davvero male: si impose poi ovviamente la traduzione di Fernanda Pivano, più e più volte ristampata).

Desderi ne ha messo in luce la natura sfuggente, con fini osservazioni che hanno coinvolto anche l’esame della due più recenti trasposizioni cinematografiche, il film del 1974 di Jack Clayton con Robert Redford e Mia Farrow e quello del 2013 di Baz Luhrmann con Leonardo DiCaprio e Carey Mulligan: ad esempio, l’insistenza nel romanzo sulla particolare voce bassa e rocca di Daisy (non così invece nell’interpretazione, per altro ottima, di Mia Farrow); il fondamentale apporto dell’editore di Fitzgerald, Maxwell Perkins – che fu importantissimo anche per Hemingway, tanto che proprio a lui è dedicato Il vecchio e il mare; segnalo che è recentemente uscito un libro su di lui, Max Perkins, l’editor dei geni (A.S.Berg, 2013 –; il rapporto tra Trimalcione e Gatsby –il primo titolo del romanzo era appunto Trimalchio, ma proprio Perkins consigliò di cambiarlo – ; la sorprendente scoperta che nel libro, aldilà della ribadita contrapposizione tra jazz e “roba classica” di musica non ve ne è molta.

Il relatore si è soffermato sulla presenza nel romanzo delle sinestesie, analizzandone una in particolare, quella che più di tutte forse coglie la natura del libro (e di quell’epoca): yellow cocktail music (“gialla musica da cocktail”). Il colore giallo, la patina dorata domina incontrastata in e su tutto il romanzo: dietro quel luccichio costante e fastidioso (che va dai brillii delle paillettes ai riflessi delle cornette jazz) c’è quasi sempre irresolutezza, inazione, disagio esistenziale, depressione, sofferenza.

L’astemio Gatsby è certamente alter-ego dell’alcolizzato Fitzgerald, il suo amore autentico (forse la sola cosa autentica di una vita costruita su un artificiale glamour) per Daisy rispecchia quello dell’autore per la moglie Zelda e nella figura di Tom Buchanan, sprezzante individuo sicuro di sé, dal greve materialismo e dalle limitate doti intellettuali, si può cogliere un certo tipo di American way of life che mi pare particolarmente in auge oggi.

Ultimo intervento della giornata quello del Prof. Giovanni S. Lenta, dedicato a Musica, parodia tragica e politica nelle commedie di Aristofane.

Partendo dalla presa di posizione aristofanesca contro il ditirambo e in genere “la nuova musica” che si andava affermando anche con Euripide nel V sec. e citando molto opportunamente i giudizi platonici sulla teatrocrazia e sulla musica nelle Leggi, Lenta si è soffermato su Gli Uccelli, analizzandone il carattere di utopia/distopia e rifuggendo dall’idea di un teatro di pura evasione.

In Aristofane la politica ha sempre un posto di primo piano: c’è certamente nostalgia per l’Atene democratica dei tempi di Eschilo, ma non c’è un rifiuto reazionario alle novità in quanto tali. Il giudizio su Socrate e su Euripide è più complesso di quello che può apparire superficialmente: lo conferma anche un’attenta lettura de Le Rane, in cui Euripide è comunque messo sullo stesso livello dell’Eschilo, che viene a lui preferito per la sua maggiore (ma in fondo utopistica) “utilità” politica.

Altri temi e altri relatori nella seconda giornata. Ricco di suggestioni critiche (e visive: impeccabile anche qui l’uso di slides e diapositive) è stato l’intervento della Prof.ssa Fulvia Giacosa su I suoni dell’architettura.

Giocando sul doppio binario dell’architettura musicale e dei ritmi dell’architettura, la relatrice ha illustrato l’interscambio costante tra due settori, musica e architettura, apparentemente distanti: in un’affascinante cavalcata storica è partita dalla monodia e dal romanico per arrivare alla polifonia e al gotico e addirittura alla musica elettronica e all’architettura di Le Corbusier e di Mies van der Rohe (il cui motto Less is more merita, a mio giudizio, di essere sempre meditato dai cultori e dai professionisti di ogni settore disciplinare).

Alle immagini di facciate e di interni di chiese e di edifici vari si sono uniti i riferimenti e le citazioni musicali, dalle notazioni di Guido d’Arezzo al Nuper rosarum flores di Dufay al Poème électronique di Edgar Varèse, un brano di soli otto minuti composto per l’Esposizione universale di Bruxelles del 1958 (https://www.youtube.com/watch?v=JLDbBqHCslw).

Il secondo intervento è stato quello della Prof.ssa Gabriella Vergari, che è venuta appositamente dalla sua Sicilia per parlarci di Seduzione e fascino della musica nel mito greco. Per chi scrive, finora costei era una conoscenza fatta da semplice lettore, ne ho sempre apprezzato gli interventi critico-letterari. Durante e dopo il suo intervento, la mia stima e il grande piacere di constatare la perfetta sintonia del suo modo di pensare e di interpretare la classicità col mio sono andati in crescendo: e anche questo è un privilegio raro, che tocca a chi si occupa di cultura, scoprire sensibilità incredibilmente affini.

Molti i saggi e le opere citate, da Il crudo e il cotto (1964) di C. Levi-Strauss a Le nozze di Cadmo e Armonia (1988) di R. Calasso; molti gli spunti critici e le occasioni per approfondimenti culturali e didattici: il valore etico più che estetico della musica nella Grecia classica (l’imprescindibile Platone!); l’importanza del nomos sia in musica che in politica (e qui davvero sarebbe vorticosa la scorribanda tra testi e saggi, di Cacciari, Dionigi, Gigante); la fascinazione delle Sirene “creature e figure di suono”.

A conclusione del pomeriggio, la Prof.ssa Gabriella Mongardi ci ha invece condotto con elegante passione nel mondo raffinato e struggente di Thomas Mann, forse l’autore moderno che più di ogni altro ha “scritto in musica”.  Influenzate da Wagner (Mann fu il primo a “denazistificare” il Maestro di Bayreuth, col discorso Dolore e grandezza di Richard Wagner, del 10 febbraio 1933 all’Università di Monaco, l’ultimo discorso da lui tenuto in Germania prima del suo esilio) e da Mahler, tutte (o quasi) le sue opere rimandano alla musica: da Tristano a La montagna magica; da I Buddenbrook al  Doktor Faustus.

La relatrice ha saggiamente scelto di soffermarsi su un’unica opera,  La morte a Venezia (1912), citando spesso e opportunamente anche il film capolavoro di Luchino Visconti del 1971 e offrendone una lettura esemplare per rigore d’analisi e finezza interpretativa: certo, lì il protagonista, Gustav von Aschenbach – mi sia concessa un’osservazione rapida sulla felice scelta del nome: “Aschen”= “cenere”; “Bach” = “ruscello”, anche con evidente allusione al Bach musicista – è “figura” di  un ben altro Gustav (Mahler, 1860-1911, scomparso l’anno prima della pubblicazione dell’opera manniana: Visconti non si lasciò scappare l’occasione di utilizzare come colonna sonora il patetico Adagietto della sua Quinta Sinfonia: chi volesse ascoltarlo può andare a https://www.youtube.com/watch?v=Les39aIKbzE).

Ma il protagonista dell’opera è l’incarnazione di una precisa idea di Decadentismo, la sua fine – in una Venezia perennemente sospesa tra languore e malattia,  una sorta di “Ade moderno”, come è stata ben definita – è emblematica della fine di una certa idea di cultura, che sta perdendo per sempre i capisaldi discriminatori dell’etica e dell’estetica imperanti nell’Ottocento. Ancora, il giovane Tadzio è la moderna incarnazione del mito dell’androgino: e anche qui non ci si può esimere dal citare Platone.

Con e attraverso la musica del suono del suo nome (bastano quelle due sillabe musicalissime, di una lingua che Aschenbach ignora) si schiude la magia di altri mondi, inesplorati ed affascinanti. E tutto in Mann si dissolve in musica.

Per la terza giornata svoltasi a Saluzzo chi scrive ringrazia di cuore la Prof.ssa Silvia Fenoglio che molto si è operata per attivare la collaborazione col Liceo  “G.B.Bodoni”: ha fatto gli onori di casa e ha invitato un pubblico di studenti e di appassionati che ha partecipato con calore e che è intervenuto con competenza. I due interventi di quest’ultima giornata sono stati quelli del Prof. Daniele Trucco, su Suono originario. Musica, magia e alchimia nel pensiero occidentale, e all’Arch. Michele Darò su L’acustica dei luoghi in cui viviamo… fra rumore e musica.

Il primo relatore, avvalendosi anche della sua competenza pianistica, ha messo in risalto il valore magico del “suono”, con intriganti riflessioni sulla magia creatrice ed evocatrice, spaziando dagli “affetti musicali” del Rinascimento al Corpus Hermeticum tradotto da Marsilio Ficino e insistendo sul rapporto “canto/incanto/cantilena”: qualche passaggio al piano ha esemplificato come meglio non si sarebbe potuto la portata di alcune affermazioni significative. Oltre ai molti spunti che ho colto, mentre ascoltavo il relatore, in modo forse non del tutto pertinente non potevo non pensare a L’Apprenti Sourcier  (1897) di Paul Dukas – chi vuole può ascoltarlo in https://www.youtube.com/watch?v=jNaNDXyXRFo

L’architetto Darò  ha mosso dalla differenza, che è bene non dare per scontata, tra “informazioni sonore” e “rumori”, ci ha fatto riflettere all’universo di sonorità nei quali siamo immersi: inutile credere di poter rifugiarsi nel silenzio della montagna o del mare o del deserto, l’inquinamento acustico è in crescendo ovunque, a meno di non volersi trasferire in una camera anecoica!

Il nostro “panorama sonoro” è irrimediabilmente mutato negli ultimi due secoli, con una vistosa accelerazione negli ultimi decenni. Dopo molte interessanti osservazioni, che hanno avuto il pregio di presentare un punto di vista molto diverso da quelli tradizionali (il suono utile e non piacevole; l’assuefazione al rumore; il problema della mitigazione delle sorgenti di disturbo fonico; ecc…), il relatore ha offerto come straordinario esempio di equilibrio tra rumore e silenzio l’Abbazia di Staffarda, la cui irregolarità architettonica – intenzionalmente impiegata dai monaci benedettini, convinti che la perfezione fosse attributo esclusivo della divinità – impedisce alla musica di trovare un punto di focalizzazione e consente un’acustica perfetta per il canto gregoriano che là risuonava. Ancora una volta, quindi, architettura e musica dialogano perfettamente.

Il bilancio di queste tre giornate di Convegno, a giudicare dal successo di pubblico e dal gradimento espresso da tutti gli intervenuti,  non può che essere molto positivo e incoraggia certamente a proseguire nella non facile attività di proposta e di organizzazione di altri Convegni: è già in cantiere quello per la primavera del 2018, che sarà dedicato al “gusto” e al “cibo” e che manterrà la convinta caratteristica che impronta tutte le attività della Delegazione di Cuneo dell’AICC, quella che la cultura possa (e debba) occuparsi di tutto ed offrire contributi vari e il più possibile originali, coniugando serietà e vivacità, ricerca e divulgazione.

 

 

 

 

 

 

 

CONVEGNO AICC – DELEGAZIONE DI CUNEO – Sessione Autunnale 2017

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