AICC Cuneo
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PRESENTAZIONE DELLA COLLANA ‘RIFUGIARSI’ – GABRIELE GALLO

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IL TEATRO NEL TEMPO SENZA TEMPO – DALLA GRECIA CLASSICA ALLA UNITRE

SUL FILO DELLA MEMORIA

MANGIARE (È) CULTURA

Stefano Casarino

 

Il 2018 è l’anno del cibo italiano: tra le tante iniziative, anche la Delegazione di Cuneo dell’A.I.C.C. ha trattato questo tema, dedicando il suo Convegno Annuale al rapporto complesso e affascinante tra “cucina” e “cultura”, in collaborazione con Gli Spigolatori di Mondovì , il Centro Studi Monregalesi, il Liceo “Vasco Beccaria Govone” di Mondovì, l’Istituto Alberghiero  “G.Giolitti” di Mondovì, il Liceo “G.B.Bodoni” di Saluzzo, lo Slow Food e col patrocinio del Comune di Mondovì.

Si è appena conclusa la Sessione Primaverile, articolata nei due pomeriggi di mercoledì 4 aprile e di venerdì 6 aprile e costituita da relazioni molto diverse e particolarmente apprezzate dal pubblico (di docenti – l’iniziativa ha anche valore come corso di aggiornamento –, di studenti e di molte persone interessate all’accattivante argomento) che ha affollato l’Aula Bruno del nostro Liceo.

Dopo il caloroso saluto del Dirigente Scolastico del Liceo, Prof. Bruno Gabetti, sempre pronto ad accogliere e a valorizzare con la sua spiccata sensibilità ogni proposta culturale, chi scrive ha introdotto i lavori, riflettendo sul cibo come bisogno, come privilegio – non si ricorda mai abbastanza che oggi nel mondo più di ottocento milioni di persone soffrono la fame e che i decessi per denutrizione sono nove volte superiori a quelli per calamità naturali e per guerre –, come piacere (al quale si deve, come in fondo a tutti i piaceri, essere educati) e, appunto, come cultura, in modo del tutto particolare proprio per noi Italiani.

Più specificamente è stato affrontato il rapporto “cibo” e “letteratura”, in una carrellata di testi e di analisi che è andata da brani biblici a brani omerici, dalla lirica greca alla novella boccacciana, per concentrare poi l’attenzione sulla lettura di tre formidabili descrizioni di “pranzi”, quello nuziale in “Madame Bovary”, quello della “fondazione della casa” ne “I Buddenbrook” e quello a Donnafugata ne “Il Gattopardo” con la proiezione sullo sfondo anche di qualche immagine che forse ha stuzzicato l’acquolina dei presenti.

Il secondo intervento, del Prof. Silvio Barbero, Vice Presidente dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, è stata un’articolata concettualizzazione sui “professionisti del gusto”, sul dovere di un approccio olistico a tutto ciò che il cibo è e implica, con osservazioni puntuali e stimolanti – si produce cibo per più di undici miliardi di esseri umani, ma attualmente siamo “solo” sette/otto miliardi; nel 2050 la quantità di plastica in mare potrebbe risultare superiore a quella del pesce; ecc… – e commentando poi la filosofia del “buono, pulito, giusto” di petriniano conio.

Ha chiuso la prima giornata la bellissima esposizione (termine particolarmente adeguato, perché tutto l’intervento è stato accompagnato dalla proiezione di immagini artistiche di grande suggestione) della Prof.ssa Fulvia Giacosa, dal titolo Incontro semiserio con invito a pranzo: partendo dagli affreschi egizi sul cibo siamo arrivati alla Mozzarella in carrozza di Gino de Dominicis, con una scorribanda di opere diverse, alcune tali da destare assoluta ammirazione, altre ironicamente provocatorie, nessuna, comunque, semplicemente decorativa. Perché, almeno così credo, sia in arte che in letteratura (e in musica, e, insomma, nella cultura in genere) ha molto più valore ciò che scuote le coscienze e elimina pregiudizi di ciò che è rassicurantemente garbato e convenzionale.

Primo intervento della seconda giornata quello della Prof.ssa Lia Raffaella Cresci, docente di Filologia Bizantina dell’Ateneo genovese, presenza imprescindibile di tutti i Convegni A.I.C.C., che ha affascinato il pubblico con una ricca trattazione del tema dell’anoressia ascetica a Bisanzio; in realtà, come con ironica arguzia non si è mancato di rilevare, anche in quel tempo e in quella cultura, un conto era il “dover essere”, un altro era il reale comportamento dei monaci, che, più che attenersi rigidamente al complesso protocollo che regolava i posti a tavola e alle rigide norme dietetiche, fornivano divertenti esempi di anarchia e di eccessi alimentari, prediligendo molto spesso proprio quella carne dalla quale avrebbero dovuto astenersi.

Un piatto che oggi farebbe inorridire ma che allora era considerato una prelibatezza era costituito dall’insieme di cavolo, carpe, pesce spada, sgombro, ben quattordici uova, formaggio, dodici teste d’aglio e quindici cipolle, tutto cotto assieme!

L’arcivescovo Eustazio di Tessalonica racconta anche di una razzia fatta per ordine dell’imperatore in un monastero per requisire le vivande necessarie ad un sontuoso pranzo di nozze: si trovò tanto cibo (e, ovviamente, di gran pregio) che furono necessarie più di otto ore per trasportarlo nella reggia imperiale.

Il Prof. Carlo Romito, figura di primissimo piano nella ristorazione e Presidente di Solidus, Forum permanente delle associazioni professionali del mondo alberghiero portavoce di decine di migliaia di professionisti in rappresentanza degli oltre due milioni di italiani che operano a vario titolo nel settore dell’accoglienza e dell’ospitalità in Italia, ha trattato il vasto tema della nascita e dell’evoluzione della cucina italiana e della lotta allo spreco alimentare: contrapponendo alla “nazionalistica” cucina francese – che ha spadroneggiato per più di tre secoli col culto del “grasso” e del “sofisticato” – la multiforme cucina “regionalistica” italiana, ha giustamente identificato ne La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene (1891) di Pellegrino Artusi (1820-1911) la prima trattazione gastronomica dell’Italia unita, ristampata costantemente da più di cent’anni e di assoluto pregio letterario.  Ha sostenuto Piero Camporesi che ne ha curato l’edizione critica  per Einaudi nel 1970: la “Scienza in cucina” ha fatto per l’unificazione nazionale più di quanto non siano riusciti a fare i Promessi sposi.

Opportunamente Romito ricorda che Artusi dà indicazioni per il riutilizzo degli avanzi: ciò che suonava a fine Ottocento come un dettame etico deve tornare ad esserlo più che mai oggi, anzi deve trasformarsi in un essenziale elemento di educazione da impartire sin dalla scuola dell’infanzia.

L’ultimo intervento è stato quello della Dr.ssa Cinzia Scaffidi, Vice Presidente Nazionale dello Slow Food, che ha trattato un altro importante aspetto, quello del rapporto cibo/pubblicità, a cui ha dedicato il suo ultimo libro Che mondo sarebbe. Pubblicità del cibo e modelli sociali.

Varie e stimolanti le sue osservazioni: il contrasto tra “economia” e “ecologia”, che non solo semanticamente dovrebbero invece accordarsi; l’ignoranza di nozioni una volta assolutamente scontate (quando fioriscono gli olivi?) e, soprattutto, il pervasivo linguaggio pubblicitario che invita sempre e comunque alla “delega”, che non si sofferma – come avveniva un tempo – sull’elenco degli ingredienti ma che insiste sugli effetti conseguenti all’acquisto di un determinato prodotto, che renderà certamente più felici, più “happy”.

Fin qui il Convegno. Ma passando dalla teoria alla pratica, la stessa sera di venerdì 6 aprile l’Istituto Alberghiero di Mondovì ha proposto alle Cucine Colte (Via delle Scuole, Mondovì) un’eccellente cena con un ricco menù particolarmente apprezzato da tutti i commensali che hanno del pari gradito la calorosa accoglienza e la garbata professionalità dei ragazzi e dei docenti di tale scuola: oltre a loro,  voglio ringraziare di cuore la Dirigente Scolastica, Prof.ssa Donatella Garello, con la quale è sempre un piacere collaborare anche in previsione della Sessione Autunnale del nostro Convegno, che mi auguro possa offrire altri stimolanti punti di vista sul tema “cucina/cultura”.

“Leggere senza riflettere è come mangiare senza digerire” (E.Burke): credo che questo aforisma possa racchiudere perfettamente il senso che abbiamo tentato di dare a tale nostra iniziativa.

SERATA MONREGALESE CON BRASSENS – Stefano Casarino

SERATA MONREGALESE CON BRASSENS.

Stefano Casarino

« La poesia e la canzone sono la stessa cosa, ma non si possono cantare carmi troppo alati; la canzone è per tutti: una poesia alla portata di tutte le borse. » Ho ripensato a questa dichiarazione di Georges Brassens (1921-1981) durante la magnifica serata in suo onore, organizzata dall’ormai consolidata “triade culturale” di Mondovì (Gli Spigolatori, la Delegazione di Cuneo dell’A.I.C.C. e il Centro Studi Monregalesi, che ha messo a disposizione la sua sede, in via Monte di Pietà 1) la sera di venerdì 23 marzo.

Maestro cerimoniere della serata è stato Franco Settimo, profondo conoscitore di musica e appassionato esegeta del cantautore francese: egli ha guidato il numeroso pubblico presente con garbata acribia alla conoscenza di un autentico Maestro, amatissimo in Francia ma rimasto qui in Italia “autore di nicchia”.

Molto ben calibrata l’impostazione della serata: coadiuvato benissimo da eccellenti musicisti, il conferenziere ha ripercorso l’evoluzione stilistica e creativa di Brassens ma ha soprattutto contrapposto la musica italiana di quel periodo (approssimativamente i due decenni dagli anni Cinquanta agli anni Sessanta del secolo scorso), tutta basata sull’evasione e sulla leggerezza, a quella francese, ben più seria e impegnata.

Vanni Viglietti con la sua consueta bravura di fisarmonicista ha tratteggiato percorsi agili e godibilissimi di motivi italiani ben noti e il pubblico l’ha accompagnato, dapprima canticchiando, poi, su suo invito, cantando disinvoltamente, dalla Casetta in Canadà a Papaveri e Papere, da La donna riccia a Volare, tanto per citare qualche brano.

E’ toccato all’ottimo gruppo dei Castadiva (Alessandro Bertolino e Matteo Bessone alle chitarre; Alfio Bertolino al basso; Nicholas Basso alla batteria e Lorenzo Turco alle tastiere) accompagnare  Franco Settimo nell’esplorazione e nell’esemplificazione di celebri canzoni di Brassens, tradotte e  in qualche misura persino ricreate, da un altro Maestro, Fabrizio De Andrè: i giovani musici, perfettamente a loro agio coi loro strumenti,  ci hanno deliziato con le bellissime interpretazioni di Il gorilla, Delitto di paese e di Crêuza de mä (quest’ultimo, omaggio esclusivo – e particolarmente apprezzato da un ligure come il sottoscritto – a Faber).

Tre poesie-canzoni notevolissime che meritano, credo, qualche parola di commento: la prima, cantata da Matteo Bessone con pregevole perizia, è la versione posteriore di una ventina d’anni all’originale di Brassens. Un testo graffiante, che incorse (né avrebbe potuto essere diversamente) nella censura dell’epoca: ideologicamente intriso della convinta opposizione alla pena di morte (abolita in Francia dal Presidente Françoise Mitterand soltanto nel 1981), il testo è emblematico dell’anarchismo di Brassens e della sua spiccata antipatia per tutte le figure di garanti dell’ordine costituito, in primis i giudici. La seconda, ancora benissimo interpretata da Matteo, consente di apprezzare sino in fondo l’opera di autentica emulazione che De André ha operato sul testo francese: un solo esempio, laddove Brassens indica esplicitamente “Paris”, egli mette genericamente “nella capitale”, ma ciò gli permette poi la rima con “i fiori del male”, cripto citazione baudelairiana. E così per tutto il testo: senti Brassens e hai un’ironia mordace ma tutto sommato benevola, uno sguardo agnosticamente accorto; senti De André e hai sarcasmo, rabbia, disperazione. Ma grande cultura, squisita sensibilità ed ampiezza di pensiero in entrambi.

L’ultima canzone, infine, cantata con notevole talento da Alfio Bertolino, è certamente un unicum nell’intera produzione musicale del secolo scorso: già l’adozione dell’ostico genovese rappresentò per l’epoca (1984) una sfida notevole. È, a mio giudizio, accostabile al Montale di Ossi di Seppia, incarna come molti testi del grande Poeta l’essenza stessa della “liguricità”, ma qui è bene che mi fermi.

Come, purtroppo in quel caso, si è fermata la bellissima offerta musicale e il sapido commento del nostro intrattenitore.

Ed è stato un peccato, il pubblico, che ha tributato lunghi ed intensi applausi al termine di ogni singola esecuzione,  avrebbe certamente gradito ancora altri brani, ancora altri spunti di riflessione.

Ma tutto ciò può, deve avvenire anche a livello personale: riaccostarsi a Brassens e a De André, ascoltare canzoni d’autore, riflettere sul fatto che talvolta poesia e canzone sono davvero vicine (è dall’osmosi musica e canto che da Omero in poi nasce l’espressione poetica) è un’esperienza che fa bene all’anima, che aiuta a vivere.

Perché cantando (ma anche ascoltando, aggiungerei sommessamente) il duol si disacerba, come dice perfettamente il Poeta.

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