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Un piccolo contributo alla difesa del latino

Pubblichiamo anche sul nostro blog l’appello proposto nelle scorse settimane sui giornali locali da alcuni docenti del Liceo scientifico “G. Peano” di Cuneo; l’Assemblea dei Soci della nostra Delegazione AICC ha deliberato la sua adesione a tale riflessione.
Chi sostiene l’utilità dello studio del latino lo decanta come uno straordinario esercizio di logica, il metodo migliore per costruirsi una forma mentis culturalmente attrezzata. Chi lo avversa mette in luce l’assenza di ricadute nella vita quotidiana: non è più la lingua ostile del potere (come nel caso del  povero Renzo manzoniano), ma resta un relitto, tanto antico quanto inutile, da cui è difficile liberarsi.
A ben vedere, però, chi lo difende non lo difende in modo adeguato e chi lo accusa limita un po’ le proprie argomentazioni.
E’ facile obiettare, ai difensori del latino, che lo studio di qualunque linguaggio di programmazione o di qualsiasi lingua sintatticamente molto logica (e il tedesco potrebbe andare benissimo) potrebbe aiutare, come o meglio del latino, a sviluppare quel metodo di analisi razionale che è poi il principio fondamentale di tutta la ricerca, anche e soprattutto di quella scientifica.
Sarebbe altrettanto facile far notare ai detrattori che tutti i verbi, tutti i sostantivi e tutti gli aggettivi fin qui usati (tranne quelli tra parentesi, per ovvi motivi cronologici) nascondono una scelta deliberata, una specie esercizio di stile: sono infatti stati utilizzati esclusivamente termini derivanti dal latino, a dimostrare con un semplice tributo quanto della nostra lingua e del nostro patrimonio culturale sia frutto di un germoglio molto antico. 
E allora, senza dare aprioristicamente torto agli uni e ragione agli altri, proviamo ad affrontare la questione evitando, possibilmente, anatemi e luoghi comuni. Perché gli anatemi sono sempre gli stessi e i luoghi comuni non servono a spiegare perché di latino ancora se ne parli. (continua)

In difesa del latino

Qui di seguito si riporta il messaggio dei docenti del Liceo classico “S. Pellico” di Cuneo riguardo all’appello lanciato dai colleghi del Liceo Scientifico “G. Peano” in difesa dell’insegnamento del latino.
Cari colleghi dello Scientifico “Peano” 
     abbiamo letto la vostra appassionata difesa del latino affidata alla “Guida” del 19 marzo scorso; l’abbiamo letta e particolarmente apprezzata da “consorti” nella nobile e misconosciuta arte di coltivare generazioni sempre nuove di giovani sottoposti a sollecitazioni molto diversificate, senz’altro lontane da quella che potè essere l’esperienza dei loro insegnanti quando erano a loro volta studenti.
Abbiamo provato, riflettendo sulle vostre considerazioni, quella sensazione liberatoria che si avverte quando si legge qualcosa e si trova che le cose dette sono esattamente quelle che ciascuno avrebbe voluto dire, ma non ne ha trovato né il tempo, né il modo.
Di questo vogliamo sinceramente ringraziarvi: grazie per le argomentazioni non banali, non corporativistiche, né reducistiche; grazie soprattutto per aver colto, in questo momento non facile per la vita della scuola nel suo complesso, ma anche straordinario per le possibilità che ci offre di interrogarci, di guardarci dentro, il nocciolo della questione quando nel bellissimo passaggio centrale dedicato al problema della linguistica affermate che “Nella scuola … la linguistica non entra. Ad eccezione del latino”. Ci è parso, questo, un modo onesto e molto serio di ragionare sulla realtà attuale della didattica da parte della scuola militante, quella che lavora molto e si sente poco, o soltanto nei momenti in cui non ce la fa più.
Di nostro vorremmo aggiungere soltanto una considerazione, che vuol essere un omaggio alla vostra coraggiosa iniziativa: per un solo apparente paradosso, lo studio del latino e attraverso di esso della storia antica può aiutarci a capire in profondità il mondo in cui viviamo, se vogliamo credere alle stimolanti riflessioni che svolgeva Machiavelli nei suoi Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio: non certo per una ambigua se non distorta pretesa di attualità, ma proprio grazie alla sua inattualità, che induce a valutare il presente sull’onda lunga del passato, con quel sapiente distanziamento che consenta di coglierne le linee maestre, senza scambiare le stagioni con le ere, senza credere giganti i nani per un pernicioso errore di prospettiva.
Con la nostra stima, ed un cordiale augurio.
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