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Il grande romanzo russo: considerazioni critiche e suggerimenti di lettura

IL GRANDE ROMANZO RUSSO

Giovedì 3 aprile 2014 nella cittadina ligure di Cengio si è tenuta presso il Palazzo Rosso la conferenza del Prof. Stefano Casarino, invitato dalla Prof.ssa Daniela Olivieri, Assessore alla Cultura, su “Autori e figure del romanzo russo”.

L’intervento si è strutturato su nozioni relative ad autori e romanzi alternate a discorsi e consigli più generali sul modo di approcciarsi a questa produzione letteraria, che spesso per l’oggettiva difficoltà non viene presa in considerazione dai per lo più svogliati lettori italiani: la statistica afferma infatti che in Italia pochi – meno di quattro milioni ­- sono i ‘lettori forti’, coloro, cioè, che leggono almeno un libro al mese.

Secondo il relatore uno degli errori che più spesso si compie quando ci si accosta alla letteratura è avvicinarsi ad un’opera (romanzo, racconto, poesia, ecc…) attraverso saggi critici che spesso ostacolano un rapporto più ‘intimo’ tra il lettore e l’opera: il consiglio è di partire sempre e comunque dalla lettura diretta e rivolgersi solo dopo ai supporti della critica.

Altro errore comune è non intraprendere neanche la lettura di un romanzo russo per la nomea – veritiera ma non tale da dover per forza scoraggiare i lettori – che hanno di testi lunghi e complicati, tali da richiedere un’assolta concentrazione.

Emblematico è il caso di Guerra e Pace di Tolstoij, che per la fitta quantità di pagine (più di duemila!) e il numero enorme di personaggi sembra un romanzo difficile e noioso. Se oggettivamente si tratta di un’opera ardua, è però tutt’altro che noiosa, ma anzi è intrisa di un’umanità eccezionale e in anticipo rispetto ai tempi e al sentire dell’epoca nella quale fu scritto.

Come osserva a ragione il Prof. Casarino, la difficoltà è spesso direttamente proporzionale alla bellezza di un’opera: è bene diffidare dai traguardi semplici e a portata di mano, vincere l’inerzia del lettore sbrigativo e superficiale e calarsi, quasi come un palombaro, negli abissi di opere così dense di significato. Gli stessi motivi tematici, di grande e conturbante introspezione, si ripresentano in molti altri romanzieri russi.

È importante sottolineare la volontà della letteratura russa, che spinge il lettore ad affezionarsi non solo alle vicende, ma soprattutto ai personaggi stessi, tanto da trasformarli in veri e propri “amici”: si rimarca, quindi, la grande importanza che il lettore assume. Egli viene chiamato in causa in molti romanzi, perché sia reso partecipe e sia catapultato nella situazione stessa. Ciò avviene particolarmente con Turgenev, che si rivolge direttamente al pubblico dominando perfettamente la tecnica del narratore onnisciente: un chiaro esempio, fatto presente durante la conferenza, è il romanzo Padri e figli (1856), fondamentale per l’introduzione del tema e del termine stesso di “nichilismo”, che avrà un impressionante sviluppo in tutto il Novecento, letterario e filosofico.

Caratteristico anche del pensiero russo è il fatto di mettere in crisi dal punto di vista filosofico gli ideali dell’epoca, con una nota ambiziosa alle spalle. Un consiglio di lettura per supportare queste tesi è rappresentato dal romanzo di Lermontov, Un eroe del nostro tempo, pubblicato nel 1840, anno che si contraddistingue anche per la pubblicazione dell’ultima e definitiva edizione dei nostri Promessi Sposi. Si tratta del primo romanzo psicologico della letteratura russa che propone un antieroe, Pecorin, di cui tuttavia non si può non diventare amici. Il narratore stesso fonde il suo punto di vista con quello del protagonista, rendendo talvolta difficile identificare i due piani temporali e permettendo al presente di intrecciarsi con il passato.

Questi sono solo pochi esempi dell’incredibile ricchezza di contenuti presenti nella letteratura dell’Ottocento russo, che ha tra gli esponenti, oltre ai già citati Tolstoij, Turgenev e Lermontov, anche Puskin, Gongarov e i grandissimi Dostojevskij (che nel suo I demoni in modo quasi visionario tratteggia la figura dei terroristi novecenteschi) e Gogol.

E’ quindi con estrema sollecitudine che si invita il lettore ad approcciarsi all’infinità di trame, significati e personaggi che caratterizzano la letteratura russa, madre di alcune tra le pagine più belle mai scritte dalla mente e dalla mano dell’uomo.

Giacomo Bagna e Alessandro Giacardi

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Un nuovo volume per una nuova collana

Presso la casa editrice Aracne di Roma è stato pubblicato, a cura di Stefano Casarino e Amedeo Alessandro Raschieri, il volume Figure e autori della lirica, che raccoglie una serie di contributi nati dal convegno tenutosi a Mondovì nella primavera del 2013 a cui parteciparono professori universitari e docenti delle scuole superiori provenienti da Piemonte e Liguria. Con questo libro si inaugura, inoltre, una nuova collana intitolata “Mnemata. Studi di letteratura, storia e civiltà tra ricerca e didattica”.

Mnemata. Studi di letteratura, storia e civiltà tra ricerca e didattica.
La collana raccoglie studi di letteratura, storia e civiltà, fondati su solide basi scientifiche ma al contempo attenti alla didattica liceale e all’alta divulgazione, con l’intento di creare un collegamento e un confrontotra mondo accademico e insegnamento scolastico. Il campo d’indagine è costituito dai prodotti culturali e dai fenomeni storici della tradizione greco-latina ed ebraico-cristiana con una particolare attenzione per il confronto con le epoche successive in una prospettiva interdisciplinare. Per ulteriori informazioni cliccare qui.

Stefano Casarino, Amedeo Alessandro Raschieri (a cura di), Figure e autori della lirica, Roma, Aracne, 2014.
«Quasi ogni stagione letteraria ha configurato una “propria” lirica, rileggendo quella precedente secondo parametri fecondi, anche se quasi sempre anacronistici. Se è stato posto il quesito circa la possibilità che nel nostro tempo possa ancora prodursi tragedia e epica, quasi scontata appare la risposta per quanto concerne la lirica. […] Ripercorrere le linee di sviluppo di questo genere, individuando alcuni cruciali snodi antichi e moderni, ma cercando anche di illuminare momenti e autori meno noti, fornendo prospettive d’analisi non scontate, significa verificare nell’approccio diretto ai testi quanto a studenti e studiosi di oggi sia capace di parlare l’espressione di un io ancora propositivo, nella gamma che va dalla celebrazione al dolore. […] Testi antichi e moderni vengono fatti dialogare tra loro, senza anacronismi né indebite e superficiali semplificazioni: la complessità, la presenza di più prospettive di lettura e comprensione emergono in ogni contributo, in un disegno complessivo che unisce in un’ardita campata temporale approcci diversi eppure singolarmente convergenti» [dalla Premessa di Lia Raffaella Cresci].
Saggi di Stefano Casarino, Lia Raffaella Cresci, Ennio Desderi, Gian Franco Gianotti, Sergio Giuliani, Paolo Lamberti, Giovanni Stefano Lenta, Elisabetta Pitotto, Amedeo Alessandro Raschieri. Per ulteriori informazioni cliccare qui.

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Laboratorio teatrale del Liceo Classico “Govone” di Alba

Nell’anno scolastico 2013/2014 il Laboratorio Teatrale del Liceo Classico “G. Govone” di Alba (CN), coordinato dal prof. Luca Franchelli, propone due spettacoli.

Sabato 10 maggio 2014, dalle ore 17 , gli spettatori, a gruppi di 20-25 persone, saranno guidati in un percorso attraverso i più celebri canti dell’Inferno di Dante. Si potranno incontrare Francesca, Pier delle Vigne, il Conte Ugolino ed altri noti dannati, in una performance tra le aule del Liceo “Govone”.

Venerdì 23 maggio 2014, alle ore 21, presso il Teatro Sociale di Alba, i ragazzi delle terze liceo metteranno in scena Dieci piccoli negretti di Agatha Christie, uno spettacolo tratto da uno dei più intriganti testi della scrittrice britannica.

Per ulteriori informazioni: http://www.classicogovone.it

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EUROPA COME IDENTITA’ CULTURALE IMPRESCINDIBILE

La sera del 28 marzo, nella Sala Comunale delle Conferenze di Mondovì, si è parlato di cultura europea, a poche settimane dal voto per le Elezioni Europee. L’incontro, organizzato dal Circolo del Partito Democratico di Mondovì, è nato col preciso intento di riportare al centro dell’attenzione il tema dell’identità culturale europea, in un momento in cui l’opinione pubblica è assorbita quasi interamente dagli aspetti economici e finanziari, mentre sembra aver sviluppato quasi un’allergia ai valori culturali che hanno sempre contraddistinto la nostra storia di europei.

Ha introdotto l’argomento lo studente universitario Luca Pione, che è partito nella sua analisi dall’osservazione di dati empirici: intervistando un variegato campionario di persone, ha ascoltato le loro considerazioni sull’Europa di oggi e le loro idee e i loro progetti per l’Europa di domani. Proprio da queste semplici risposte è pervenuto uno spunto interessante: quando si parla del momento attuale ciascuno si lamenta del rigore economico, della dipendenza politica dalla Germania, della mancanza di una visione d’insieme. Quando l’attenzione si è spostata sul futuro, invece, si passa a parlare di “comunità”, “integrazione”, “pace”, persino di “Stati Uniti d’Europa”: ecco tornare in primo piano i Valori con la V maiuscola, e quindi la cultura europea in senso lato.

Se, dunque, esiste in ognuno questa consapevolezza di fondo, questa convinzione quasi inconscia di possedere tutti una “identità culturale imprescindibile” (da cui il titolo della conferenza), com’è possibile esplicitarla, in modo da rendere tutti partecipi e quindi responsabili dell’esistenza stessa dell’Europa?

È stato il Prof. Stefano Casarino – Presidente della Delegazione Cuneese dell’A.I.C.C. – a tracciare, con precisione e competenza, le linee guida che conducono a questa identità culturale.

Le radici della nostra storia si perdono nei meandri del mito: per la tradizione Europa era una principessa, figlia del re dei Fenici, di cui si invaghì persino Zeus – assumendo le sembianze di un toro bianco, splendido ed estremamente mite – e che diede alla luce tre figli del dio, fra cui Minosse. L’allegoria, in questo caso, era già chiara ad Erodoto: Zeus, il cui regno sull’Olimpo è simbolo di giustizia divina, con Europa genera Minosse, simbolo di giustizia terrena – come testimonia la riproduzione lignea del suo trono alla Corte Suprema di Giustizia dell’Aja. Fin dalle origini è stata la giustizia, e quindi la democrazia ateniese, a distinguere l’Europa rispetto al dispotismo orientale, all’assolutismo del Grande Re persiano. Ma il mito è vivo, non si esaurisce nella leggenda antica: per il Cristianesimo Europa è figura humanitatis e Giove è il “sommo Giove che fusti in terra per noi crocifisso” di Dante, e quindi la storia si carica di valenza escatologica; mentre nel Novecento l’allegoria si è rovesciata, con il toro che diventa nero e richiama il nazismo di Hitler, nel dipinto espressionista di Beckmann Der Raub der Europa (Il ratto di Europa,1933: proprio l’anno dell’avvento al potere di Hitler!).

Come tutti i grandi miti, anche la leggenda di Europa ci restituisce una visione più profonda delle cose: la fanciulla strappata alla tirannia ha bisogno di essere difesa, salvata, ed è il simbolo della precarietà che caratterizza l’Europa.

Simbolo, appunto: perché la recentissima storia dell’Europa unita – dopo millenni di sanguinose divisioni – è costituita da simboli, più che da fatti concreti.

Eppure, proprio dai simboli che abbiamo ereditato è necessario partire per costruire il futuro del nostro continente, e per questo bisogna conoscerli a fondo.

Il senso di appartenenza si manifesta entusiastico nell’Inno alla Gioia, la poesia romantica di Schiller – musicata dalle note di Beethoven nello straordinario finale della sua Nona Sinfonia, che è l’Inno dell’Europa – che riconosce il valore fondante della fratellanza: uomini fratelli non solo nel dolore, ma anche nell’amare se stessi e la vita, espressione di una cultura ottimistica e, soprattutto, filantropica.

Quale sia questa cultura, ce lo ricordano due grandi del passato, Carlo Magno, il primo ad essere definito Rex Pater Europae, cioè “Re Padre d’Europa”, e San Benedetto, il patrono d’Europa: due figure del potere temporale e spirituale, a cui si deve la salvezza del patrimonio culturale classico in continuità – ma anche in rapporto dialettico – con quello cristiano. Oltre a loro, la nostra storia annovera altri grandi, che si sono distinti come benefattori dell’umanità: dal celebre Alfred Nobel, che istituì l’omonimo premio, all’Unione Europea, che dopo la Seconda Guerra Mondiale ha assicurato la pace nel Vecchio Continente fino ad oggi, per quasi settant’anni. Non a caso nel 2009 noi tutti, cittadini europei, siamo stati insigniti proprio del premio Nobel per la Pace, e quest’ultimo è stato impiegato per finanziare la scolarizzazione nei paesi colpiti dalla guerra.

Nonostante i grandi simboli nel passato, e nonostante il nostro motto sia In varietate concordia, l’Europa di oggi si trova in una situazione di grave tensione: le spinte indipendentiste, separatiste, antieuro proliferano – spesso, anzi quasi sempre vuote di contenuti e zeppe di slogan – mentre vengono meno i fattori di unità. Proprio di fattori di unità parla, in un libro uscito dieci anni fa e intitolato Una certa idea di Europa, George Steiner, e di questi ne individua cinque.

Il primo sono i caffè borghesi, caratteristica unica del continente, in cui sono nate rivoluzioni, filosofie, poesie: l’Europa nasce dalla condivisione delle idee fra liberi cittadini.

In secondo luogo, l’Europa è stata, e viene ancora oggi, “camminata”: “la cartografia d’Europa è il frutto delle possibilità del piede umano”, scrive Steiner, sottolineando che la condivisione di idee non avviene nell’oscura immobilità delle stanze chiuse, ma soprattutto all’aria aperta, nell’agorà di Atene, dove le persone si incrociano fisicamente e dove si stabilisce un vero contatto umano.

Proprio camminando ci si imbatte nel terzo fattore di unità europea: i nomi delle strade, delle piazze, sono quelli dei grandi uomini del nostro passato, e testimoniano l’importanza e l’imprescindibilità della tradizione che ci accompagna – “siamo nani sulle spalle dei giganti”, come diceva Bernardo da Chartres, e ne abbiamo la prova ogni volta che mettiamo piede fuori di casa.

Come e più che in nessun’altra parte del mondo, qui in Europa non si può ignorare la storia: che sia quella degli illustri padri di cui abbiamo parlato, oppure quella triste e nefasta dell’Inquisizione, delle repressioni, dei campi di concentramento.

Perché – come affermava Santayana – chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo: e la nostra storia è sempre sotto i nostri occhi, anche quando non ci si fa caso.

Questo passato ci lascia – ed è il quarto fattore – due grandi eredità, quella di Gerusalemme e quella di Atene (a cui si potrebbe e dovrebbe aggiungere Roma), che da sempre sono state in rapporto, spesso di opposizione ma talvolta di continuità.

Infine, l’ultima caratteristica che contraddistingue l’identità europea è l’istanza, la tensione escatologica: storicamente in Europa si è sempre avvertita – diversamente da quanto accade negli USA, ad esempio – la necessità di proiettare un futuro collocato in un altrove metafisico rispetto al mondo terreno.

Concludendo, mentre alcuni popoli si battono anche drammaticamente per entrare in Europa, come in Ucraina o in Turchia, oggi siamo sommersi da una marea di facile antieuropeismo, che orgogliosamente parla “alla pancia” della gente e che rischia di rovinare quello che, seppur ancora all’inizio, è l’unico futuro possibile per noi nel mondo di domani: l’Europa.

Two roads diverged in a yellow wood – and I,

I took the one less travelled by

And that made all the difference.” (Due strade si dipartivano nel bosco e io, io presi quella meno trafficata e questo ha fatto tutta la differenza).

Sono celebri versi di Robert Frost (1874-1963), il poeta amato da John F. Kennedy, che forse possono darci un’indicazione preziosa per il futuro del Vecchio Mondo.

Esiste un’altra strada per un’Europa migliore, ancora da battere, ancora da percorrere.

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