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RICORDANDO ECO, MAESTRO DI IRONICA INTELLIGENZA.

RICORDANDO ECO, MAESTRO DI IRONICA INTELLIGENZA

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Per più di quarant’anni (dal 1975 al 2016) Umberto Eco è stato professore dell’Alma Mater Studiorum, l’Università di Bologna, la prima, più antica università del mondo occidentale (nata presumibilmente nel 1088): lì ha quotidianamente messo in mostra la sua natura di studioso e di docente, ha coltivato come pochissimi altri quella libido docendi, l’autentico “piacere per l’insegnamento” che oggi tutti gli riconoscono.

Nessun altro autore italiano di oggi ha ottenuto il suo plauso mondiale: autore da trenta milioni di copie (tante ne sono state vendute de Il nome della rosa, tradotto in più di quaranta lingue: i romanzi posteriori, però, non riscossero un successo neppure lontanamente paragonabile a questo); insignito di più di quaranta lauree honoris causa in Europa e in America, Eco è stato il volto più “pubblico”, più immediatamente riconoscibile della cultura italiana, un imprescindibile modello di letterato postmoderno, contraddistinto da una sterminata (spesso compiaciuta) erudizione e da un raffinato senso dell’ironia.

Non c’era nulla che ritenesse estraneo ad una attenta esegesi: trasmissioni televisive, fumetti, libri di autori minori… Ma ciò non significava che egli accettasse incondizionatamente tutto “il nuovo che avanza”: ha fatto scalpore la sua recentissima (giugno dello scorso anno, in occasione del conferimento dell’ennesima laurea honoris causa all’Università di Torino in “Comunicazione e cultura di massa”) “scomunica” contro il web: I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli […] La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità.

Parole forti, accompagnate da un’ostinata professione di fede nella carta stampata: Sono fedele a Hegel, che diceva che la lettura del giornale è la preghiera quotidiana dell’uomo moderno.

Affermazioni, condivisibili o meno, che sono la prova che un intellettuale vero deve prendere posizione, anche in modo caustico, rispetto ai problemi del suo tempo.

Eco è sempre stato convinto che la vera cifra della cultura non sia la seriosità, ma la verve, il brio, la “leggerezza” e che in questo ci sia una sostanziale continuità con la tradizione classica: viva, quindi, il gioco, ma un gioco razionale, scrupolosamente rispettoso di regole precise e complesse. Un gioco, comunque, che non prescinda mai da “convivenza” e “civiltà”: dell’uomo e per l’uomo, con una convinta impostazione antropocentrica.

Ci ha lasciato l’esempio formidabile di un lettore onnivoro, di uno che incarnava il principio stesso della “dipendenza dal libro”, l’unica forma di dipendenza che personalmente mi sento di condividere e di raccomandare a tutti.

Per lui leggere significava sempre e comunque imparare: I romanzi si leggono anche per apprendere le nozioni che vi consentiranno di leggerli. Essi ci introducono a mondi che ci erano ignoti, e ce li rendono familiari.

Ecco qui la fiducia nella conoscenza che deriva dall’apprendere delle storie, dal sapere narrativo. Ora che tace una delle voci più autorevoli che la esprimeva, sarà ancora condivisa e resterà salda ancora a lungo questa fiducia?

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Ma un’altra sua lezione mi piace ricordare, riprendendo il suo capolavoro, Il nome della rosa, che divenne film nel 1986 senza che Eco gradisse particolarmente tale trasposizione e che egli sottopose ad una revisione (operazione manzoniana?) nel 2011, giustificandola come lavoro di “cosmesi” e però suscitando le critiche di chi l’ha ritenuta un’indebita opera di semplificazione.

C’è in particolare un’affermazione che Guglielmo fa al suo pupillo Adso che voglio trascrivere:

Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro.

Parole scritte nel 1980: allora il riferimento era al terrorismo politico, si vivevano ancora gli Anni di Piombo. Ma è quasi immediato attualizzarle nei nostri tempi odierni, nei quali al terrorismo politico si è sostituito – e su scala planetaria – quello religioso.

Queste parole di Eco arrivano fresche ed immediate sino a noi, fanno appello alle nostre risorse di intelligenza e di ironia: gli unici antidoti, oggi e sempre, alla recrudescenza del fanatismo di ogni genere.

Stefano Casarino

 

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ALTRI POSSIBILI LINGUAGGI

ALTRI POSSIBILI LINGUAGGI.

Suggestioni dopo la lettura di “Il bambino che parlava con la luce”

Maurizio Arduino, Einaudi Torino 2014

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Il primo assioma della comunicazione proclama: “Non si può non comunicare”. Più liricamente il Poeta declama: “Nessun uomo è un’Isola, intero in se stesso. Ogni uomo è un pezzo del Continente, una parte della Terra”. Tutto giusto, bello, nobile. Ma come la mettiamo con chi è affetto da “disturbi dello spettro autistico”? Ci servono a qualcosa, in questo caso, le formulazioni apodittiche della Scuola di Paolo Alto o gli ispirati versi di John Donne?

Dopo aver letto il libro di Maurizio Arduino la mia risposta è, con convinzione ancora maggiore: SI.

Ci servono a non rinunciare mai a comunicare, a non dimenticare neppure per un istante che stiamo parlando di esseri umani, la cui ricchezza esistenziale è tale da essere piena di risorse, da consentire di gettare comunque dei ponti. Con tantissima fatica, certamente. A prezzo anche di fallimenti e di radicali ripensamenti. Ma con rinnovata convinzione. Sempre.

Il bambino che parlava con la luce” racconta con semplicità e straordinaria efficacia “quattro storie di autismo”, narrate dalla parte del terapeuta, del medico-amico, non del lucido diagnosta. E’ un ruolo difficile e importante, quello di Maurizio: di osservatore, di guida, di compagno. Di uno che alla fine quasi si sente “zio” di uno dei suoi “pazienti”, che lo invita alla discussione della sua tesi di Laurea. Di uno che mette in gioco tutto se stesso, fortunatamente coadiuvato da altre splendide persone.

Quattro storie: tre di maschi, una sola di una bambina. Per quello che si sa sinora, in effetti, l’autismo colpisce molto di più i soggetti maschili e si manifesta quasi sempre entro i tre anni d’età.

Tutte e quattro le storie iniziano in modo simile: il comportamento di Silvio inizia a preoccupare i genitori sin da quando ha un anno e mezzo e saranno le maestre del nido ad indirizzarli da un neuropsichiatra infantile che formula la diagnosi di un disturbo non curabile per il quale “non si poteva fare granché”; Cecilia a tre anni non parla ancora ed è il test comportamentale a confermare l’autismo; per Elia la diagnosi arriva tardi, alla fine della scuola materna; nel caso di Matteo il padre si rifiuta a lungo di ammettere che il figlio abbia dei problemi relazionali e anche in quel caso la diagnosi arriva un po’ tardi. Ma è con la diagnosi che si spalanca davvero un mondo di difficoltà e di avventure. E si pone il primo, fondamentale problema: come comunicare?

Con la luce; con le corde; con cartellini contenenti indicazioni precise e con agende visive; coi numeri; con “la necessità di inventarci soluzioni che non si trovano in nessun manuale”: modi strani, che richiedono una continua reinvenzione e un continuo riadattamento. In realtà, sono forme diverse di un unico, fondamentale elemento: Affetto. Interesse per chi non è naturalmente in sintonia con noi, coi “normali”.

Il libro mi ha offerto suggestioni straordinarie: Silvio che fissa incantato la luce che forma “lame oblique su cui si cullavano granelli di polvere…li conosceva a uno a uno i granelli che comparivano e scomparivano durante la mattina, mentre il sole si spostava in cielo” mi ha evocato i versi che Lucrezio dedica proprio a ciò (Osserva infatti, ogni volta che raggi penetrati infondono la luce del sole nell’ombra delle case: molti minuti corpi in molti modi, attraverso il vuoto vedrai mescolarsi nella luce stessa dei raggi, e come in eterna contesa attaccar battaglie e zuffe, a torme contendendo, e non far sosta, da aggregazioni e disgregazioni frequenti travagliati; sì che da ciò puoi figurarti quale sia l’eterno agitarsi dei primi principi delle cose nel vuoto immenso; almeno per quanto una piccola cosa può dare un modello di cose grandi e vestigi di loro conoscenza, De Rer. Nat. II 114-124); Cecilia che gioca con le corde e riempie la stanza di ponti sospesi sembra un’incarnazione della mitica Aracne; Matteo perso nei numeri che rappresentano un mondo di perfetto ordine, più che Rain Man, personalmente mi ricorda Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon, bel libro di qualche anno fa.

Le storie raccontate da Arduino non sono né semplici né edulcorate: chi soffre di autismo è innamorato della routine e viene facilmente messo in crisi dalla minima novità; può avere improvvise, incontrollate crisi di collera e di violenza (“un giorno ruppe una vetrata con un pugno e colpì con una testata una compagna, che dovette essere portata al pronto soccorso, quello successivo tirò i capelli alla sua insegnante di sostegno fino a staccarle una ciocca”; “insegnante di sostegno al pronto soccorso con un occhio malconcio, compagni terrorizzati e genitori furenti”); è spesso affetto da ecolalia (ripetizione di frasi e di parole) e da ecoprassia (ripetizioni di gesti e comportamenti); è possibile si sviluppino crisi epilettiche; non è talvolta in grado di capire i sottintesi (ed è involontariamente comica la scenetta raccontata a proposito di Cecilia: “Se prendeva una telefonata, alla domanda: «C’è la mamma?» rispondeva: «Si» e riagganciava, senza afferrare quello che implicitamente le veniva chiesto, ovvero di chiamare la mamma”); si attiene rigidamente alle regole, ecc…

E i problemi non si esauriscono certo col termine dell’infanzia e dell’adolescenza, anzi! “Per le istituzioni gli adulti con autismo sembravano non esistere”, scrive l’autore: usa un tempo passato, perché forse le cose ora stanno un po’ diversamente. Più avanti egli scrive: “Quello dell’assistenza dopo la maggiore età è un problema nazionale, sollevato più volte dalle associazioni dei genitori e dagli stessi operatori”.

In queste storie una grande ruolo lo svolge la scuola: tutti i diversi ordini di scuola, dal nido sino addirittura – nell’ultimo caso – all’Università. Attraverso queste storie si racconta anche un’evoluzione didattica, un significativo progresso da un’iniziale impreparazione – o, peggio, da un iniziale disdegno col convincimento che “la scuola non fa terapia” – sino ad una encomiabile professionalità pedagogica non solo degli insegnanti di sostegno ma di tutto il corpo docente.

Anche lì, ovviamente, non mancano i problemi: Arduino segnala con precisione i ritardi e le disfunzioni dell’apparato centralistico che “governa”(?) il nostro sistema scolastico: “l’insegnante definitiva arrivò solo a novembre”; “il perverso meccanismo delle graduatorie e delle supplenze produsse una rapida alternanza di maestre di sostegno, che per vari motivi, si fermavano uno o due settimane e cambiavano istituto”; “il passaggio di consegne tra le varie insegnanti non aveva funzionato e l’assenza di una formazione pedagogica sull’autismo aveva fatto il resto”, ecc…

Ma accanto a queste non poche ombre vi sono anche luci: “quell’anno scolastico fu formidabile. Silvio passava ormai la quasi totalità del tempo in classe ed era autonomo nello svolgimento di molte attività adatte al suo livello di sviluppo. La maestra Marina dedicava parecchio tempo a prepararle”; “la maestra diede un’ulteriore prova della sua competenza pedagogica” e via seguitando. Recentemente, il 10 febbraio la Scuola italiana è stata premiata a Vienna proprio per essere quella che più di tutte le altre vuole e sa integrare gli alunni disabili.

Con questa motivazione: “Esemplare nelle aree dell’innovazione, dei risultati e della trasferibilità, la Legge-quadro n. 104 del 1992 per l’assistenza, l’inclusione sociale e i diritti delle persone con disabilità è eccezionale in quanto essa non soltanto prescrive che tutti gli alunni debbano essere inclusi nelle scuole di tutti gli ordini e grado (incluse le Università), sia pubbliche che private, e partecipare pienamente alla vita scolastica, ma soprattutto perché essa è stata applicata in tutto il Paese, che registra pertanto il più alto livello di inclusione delle persone con disabilità nelle classi ordinarie, e gode di un convinto consenso alla piena inclusione a livello nazionale”.

Credo, però, non sia stato dato adeguato risalto a tale riconoscimento: gli organi di stampa preferiscono parlare degli insuccessi del nostro sistema formativo nei test internazionali che da un po’ di tempo misurano le prestazioni (pardon, le competenze!) degli studenti e lasciare in ombra quello che davvero caratterizza (continua a caratterizzare) la nostra scuola: l’attenzione e la cura alla persona – ad ogni persona! –, l’educazione, la formazione (e non l’informazione), l’insegnamento (e non l’addestramento). In Spagna, in Gran Bretagna, in Germania, in tutti gli altri sistemi scolastici ci sono le “scuole speciali”. In ’Italia no: almeno in questo, rappresentiamo un modello.

Le storie raccontate da Maurizio Arduino, ovviamente, non finiscono davvero: però, Matteo si laurea con 110/110 in Matematica; Elia corre gli 800 m. in una competizione nazionale; Silvia lavora in un vivaio e sa a memoria tutti i nomi latini delle piante; Silvio viene invitato al matrimonio della sua amica d’infanzia. Non si tratta, secondo me, di happy endings: piuttosto della segnalazione, convinta, appassionata, che vi sono altri possibili linguaggi con cui comunicare, oltre a quello verbale, perché “il linguaggio non è tutto, a darti la sensazione che esisti per l’altro contribuiscono gli sguardi, la mimica del volto e altri segnali”.

È di questi segnali – segnali d’umanità: “Che bella cosa è l’uomo, quando è davvero uomo!” (Menandro) – che tutti, non solo le persone svantaggiate, abbiamo bisogno.

Stefano Casarino

AI SOCI E AI SIMPATIZZANTI: APERTURA NUOVE ISCRIZIONI

COMUNICAZIONE AI SOCI E AI SIMPATIZZANTI DELL’

A.I.C.C. (Associazione Italiana Cultura Classica) – Delegazione di CUNEO

Cari Amici,

sono aperte le iscrizioni per la nostra Associazione per il nuovo anno sociale: le quote, secondo le indicazioni della Segreteria Generale, sono rimaste invariate:

soci sostenitori: 40 euro;

soci ordinari: 25 euro;

soci studenti (sino a 26 anni) : 15 euro.

Il Prof. Mario Capasso, nostro Presidente Nazionale, ci ha comunicato che da quest’anno è possibile per i docenti a tempo indeterminato far rientrare la quota di iscrizione nell’ambito del contributo concesso di euro 500 (la “carta elettronica” ex l. 107/2015): a questo proposito, il Presidente o il Tesoriere della Delegazione locale appone sulla ricevuta della quota la frase: “Per l’iscrizione all’AICC 2016 comprensiva dell’abbonamento alla rivista «Atene e Roma»”. Sarà poi cura dei docenti interessati consegnare alla Segreteria della Scuola dove prestano servizio tale certificazione, unitamente a tutte le altre in loro possesso previste dalla legge.

Sempre in base alla recente normativa, l’aggiornamento per i docenti è diventato da questo a.s. “obbligatorio, permanente e strutturale”: si annuncia che nei giorni 12 e 14 aprile 2016 la nostra Delegazione organizza l’ormai tradizionale Convegno che quest’anno ha per tema Una cultura, due saperi. Dialogo e sinergie tra letteratura e scienza, secondo un programma che verrà successivamente comunicato e con prosecuzione con la sessione autunnale: ai partecipanti verrà rilasciato il certificato di frequenza.

Nella convinta speranza che l’Associazione tragga nuove forze e nuova vivacità propositiva col positivo apporto di tutti coloro che hanno a cuore il “classico” in tutte le sue forme, ringrazio dell’attenzione, del sostegno e della collaborazione e porgo i miei più cordiali saluti.

Mondovì, 11.02.2016 Prof. Stefano Casarino

Presidente Delegazione di Cuneo A.I.C.C.

“LA FILOSOFIA POSTMODERNA” di Antonio Rimedio

LA FILOSOFIA POSTMODERNA” di Antonio Rimedio

Diogene Multimedia, Bologna 2015.

Appena conclusa la lettura di La coscienza di Andrew (Andrew’s Brain, 2015) di E.L. Doctorow – autore statunitense scomparso a luglio dello scorso anno ed esaltato da Frederic Jameson come uno degli autori che più e meglio hanno saputo superare il postmoderno – mi imbatto nell’agile volumetto La filosofia postmoderna del caro amico Antonio Rimedio, col quale in tempi non troppo remoti ho condiviso le prime “scorribande” su tale non agevole campo, io occupandomene anzitutto ed esclusivamente dal punto di vista letterario e narrativo, lui da quello prettamente filosofico. Leggere, perciò, quelle pagine dense di concetti e di riferimenti è stato un po’ come riprendere – con grande piacere – i confronti di idee e le conversazioni tra di noi, animate da entusiasmo critico e anche da un pizzico di partigianeria da parte di entrambi, lui tutto proteso a rivendicare il primato della Filosofia su ogni altra scienza ed io, un po’ per ripicca e un po’ per convinzione, quello invece della Letteratura.

Eppure, oggi che forse siamo andati oltre il postmoderno, oggi che quella stagione può considerarsi chiusa o almeno superata, ancora non sappiamo bene di cosa si tratti (o si sia trattato). Suona sospetto quel prefisso “post” – come o più di “pre” o di “neo”? – che in buona sostanza potrebbe apporsi ad ogni movimento culturale; pare problematica la corretta collocazione temporale (da quando ha senso parlarne?) come pure quella geografica (in quali Paesi? è fenomeno prettamente americano oppure anche europeo? vale solo per l’Occidente?); è controversa la questione se sia (sia stata) una moda, una tendenza più o meno superficiale oppure un significativo cambiamento culturale. Alcuni di questi interrogativi non sono elusi dall’opera di Rimedio, a cominciare dalla collocazione cronologica (p. 11: i termini postmoderno e postmodernismo incominciano a circolare a partire dagli inizi degli anni Settanta) per arrivare alla puntuale e metodologicamente apprezzabile riflessione sull’instabilità semantica del termine stesso, nell’ambigua accezione di “pre-moderno” e di “super-moderno” (ma anche, talvolta, a parere di chi scrive di “anti-moderno”, nonostante l’affermazione riportata a p. 17 di Gaetano Chiurazzi e riprendendo invece quanto ritiene Habermas, citato a p. 24).

Non ci si disperde, però, fortunatamente in lunghe disamine, ma si arriva dritti all’interrogativo che anima tutta l’opera e che compare netto a p. 17: “esiste il postmoderno in filosofia?” Se questa domanda fosse posta per la letteratura, la risposta sarebbe, credo, più facile, sia per quanto riguarda l’elenco degli autori e delle opere che per la ricognizione delle tematiche. Tutt’altro, invece, il discorso per la filosofia: ed è questo che impegna Rimedio, nella duplice veste di didatta divulgatore e di preciso concettualizzatore. Se, come affermato a p. 22, in filosofia la postmodernità è la presa d’atto dei limiti della modernità, bisogna anzitutto chiedersi cosa ha sostanziato il concetto di “modernità”.

In prima battuta, si risponde, “l’idea di progresso”: giusto, ma anche qui varrebbe la pena di circoscrivere anche temporalmente il discorso, per non arrivare addirittura a trasformare Schopenhauer o Leopardi in pensatori postmoderni tout court. Tutto ciò è piuttosto da collocare nella crisi del positivismo e del neopositivismo, nel tramonto dell’idea della “centralità della macchina” e della sua sostituzione, ancora semplicemente abbozzata e vaga, con la rete, come giustamente afferma Vattimo, citato a p. 31: non è solo il trionfo di una nuova, più aggressiva tecnologia, ma è un radicale cambiamento di modalità di apprendimento e di schemi di pensiero. Il riduzionismo scientista cede rango e potere alla “complessità” e alla “liquidità” baumaniana, al “metodo non-metodico” di Kuhn e Feyerabend: subentrano anche in filosofia – in letteratura, autori come Borges e Calvino già le avevano introdotte da un pezzo! – la sfida del labirinto, l’eclissi delle metanarrazioni e l’affermazione del gioco.

Molto spazio Rimedio riserva – né avrebbe potuto essere altrimenti! – a Derrida (il decostruzionismo ha, ovviamente, pieno diritto di cittadinanza all’interno del postmoderno: ma le osservazioni più interessanti e stimolanti sono quelle riservate al concetto di “ospitalità”, con l’affascinante ripresa e rilettura della vicenda sofoclea dell’Edipo a Colono), a Foucault (“antiumanesimo” e “morte del soggetto” costituiscono certamente aspetti particolarmente problematici del postmoderno), a Lyotard (del quale più che “La condizione postmoderna”, 1979, viene analizzato ed apprezzato “Il dissidio” del 1983), al già ricordato Vattimo (il postmoderno è, a tutti gli effetti, “pensiero debole”?).

Grande merito dell’opera (e dello stile espositivo di Rimedio) è quello di non rinunciare a riprendere (e a spiegare con veloce chiarezza, da ottimo didatta) concetti essenziali del patrimonio filosofico occidentale, senza la comprensione dei quali vana sarebbe qualunque prosecuzione nella trattazione. Mi limito a citare, un po’ disordinatamente, la nascita dell’idea stessa di “concetto” in Platone e in Aristotele; la riflessione nietzschiana sulla “morte di Dio” (Nietzsche è uno degli autori più amati e studiati dall’amico Antonio e ricordo anche qui con piacere le nostre discussioni in merito, accompagnate dall’ascolto integrale della Carmen di Bizet a casa mia!); la ripresa puntuale di molte suggestioni heideggeriane (si vedano in particolare p. 68 ss.).

Libro, quindi, dinamico e fecondo di spunti e riflessioni, da riprendere in successive discussioni e magari in altri approfondimenti: personalmente, ritengo vadano ancora esplorati i rapporti tra postmoderno e rivoluzione digitale, superando l’impostazione lyotardiana e la contrapposizione troppo frontale di Lipotevskij, e quelli tra postmoderno letterario e filosofico, stante le molteplici interconnessioni, interferenze, rimandi, ecc… Ciò, ovviamente, non poteva avvenire in un libro di dimensioni volutamente ridotte e che si prefigge l’obiettivo – a mio parere, pienamente raggiunto – di essere una guida, chiara ed essenziale, ad una prima ricognizione dei tanti problemi elencati. In definitiva, però, esiste, è esistita una filosofia postmoderna? Come si risponde a tale domanda, a lettura ultimata dell’opera?

Dalle ceneri della modernità sono nate tante riflessioni, più o meno coerenti e convincenti (nessun sistema filosofico, però, il che non solo non è un male, forse è addirittura una fortuna, almeno a parere di chi scrive!), che hanno spostato il baricentro più sull’etica che sulla speculazione. Perché ci sono altre ceneri che ci interrogano e ci mettono in irreparabile crisi, quelle dei deportati di Auschwitz.

Molto forti – e risonanti di un’eco particolare proprio ora che abbiamo appena celebrato la Giornata della Memoria – sono le pagine conclusive, proprio dedicate allo “scandalo di Auschwitz” che approdano a questa conclusione:

Auschwitz dà testimonianza di un drammatico dissidio tra ragione ed etica, «dissidio tra la fase etica (l’infinito) e la frase speculativa (totalità)», che è poi dissidio tra l’Altro inteso come Trascendenza e la Ragione intesa come Identità.

Ma qui non si tratta più di “filosofia postmoderna”. È il classico, eterno interrogativo sul perché ci sia il Male nella storia degli uomini, Male che ogni tanto irrompe in modi inconcepibili e di fronte al quale si può solo restare ammutoliti.

E proprio per questo, aldilà di idee e parole, tentare almeno di trovare una conciliazione, un accordo tra l’Io e l’Altro, tra Identità e Trascendenza dev’essere l’imperativo categorico di questi nostri tempi, funestati da ignoranza ed integralismo, da facili fedi nell’ hic et nunc e nella pecunia imperatrix mundi. E a questo dovrebbero concorrere e dare il loro contributo tutte le umane occupazioni, dall’Arte alla Scienza, dalla Filosofia alla Letteratura.

Perché dall’antiumanesimo di Auschwitz (ma anche di Hiroshima e delle Torri Gemelle) nasca quel nuovo umanesimo sostenuto, ad esempio, da Edgard Morin, e del quale, credo, abbiamo più che mai urgente bisogno.

Stefano Casarino, 31.01.2016

L’ORESTEA di ESCHILO AL TEATRO ALLA CORTE DI GENOVA

L’ORESTEA di ESCHILO AL TEATRO ALLA CORTE DI GENOVA

DOMENICA 24 GENNAIO 2016

Né anarchia né dispotismo: questa è la norma che indico ai cittadini e che raccomando loro di osservare. E ancora vi ordino di non cacciare fuori dalla città la potenza del terrore. Chi può stare nel giusto se non ha nulla da temere? Se tutti avranno la giusta reverenza per l’autorità sacra di questa istituzione, ci sarà sempre un baluardo per questa terra e salvezza per questa città.

Il senso profondo dell’Orestea è espresso da queste parole di Atena, tratte dalla tragedia conclusiva della trilogia, Le Eumenidi (vv. 696-702), che costituiscono la vera e propria fondazione dell’Areopago, il tribunale che giudica i delitti, e quindi della democrazia per mezzo del diritto.

Si può condensare nell’espressione sangue chiama sangue la legge che era valsa fino a quel momento. Eschilo nell’unica trilogia legata rimastaci segna il passaggio da un’età di giustizia privata al diritto condiviso del νόμος. L’omicidio di Ifigenia da parte del padre Agamennone determina la vendetta della madre Clitemnestra, ma anche una sorta di circolo vizioso: ora è Agamennone a dover essere vendicato da Oreste con l’uccisione della madre. L’istituzione di un tribunale che ponga fine al susseguirsi infinito della faida famigliare non è soltanto la fondazione del diritto democratico, ma soprattutto è l’inizio di un’autentica civiltà.

Con la trattazione di queste tematiche Eschilo si fa portavoce del bagaglio culturale ateniese incentrato su una sostanziale libertà del cittadino garantita dal tribunale dell’Areopago istituito da Atena. Proprio come ne I Persiani, Eschilo, quasi poeta della patria, esprime la mentalità dell’Ateniese che non si inchina mai di fronte ad un altro uomo; questa è l’unica forma degna di nazionalismo: consapevolezza ed orgoglio per i valori della propria nazione senza prevaricazione sugli altri.

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Uno dei pregi più universali della tragedia e della letteratura greca è quello di presentare personaggi con una straordinaria profondità psicologica. Clitemnestra è madre che sente l’imprescindibile istinto di vendicare la figlia, ma durante l’assenza del marito Agamennone è regina a tutti gli effetti, donna dai maschi pensieri, come dice il Coro. Oreste è il vendicatore del padre, ma ha una forte esitazione a uccidere la madre, dopo che costei gli ha mostrato il seno e gli ha imposto obbedienza in una scena molto intensa delle Coefore, e avrà bisogno della “scossa” delle parole dell’amico Pilade.

Questo concentrato di valori veniva rappresentato in una πόλις che presupponeva il teatro come l’espressione immediata dei suoi più profondi valori. A teatro andavano tutti i cittadini, che in una democrazia sono senza distinzioni parte integrante dello Stato. Inoltre, almeno agli inizi, le rappresentazioni teatrali avvenivano durante le Grandi Dionisie, un momento religioso importantissimo. In questo modo il teatro assumeva tutta una serie di significati sacrali che lo rendevano un evento solenne e imprescindibile: svolgeva, dunque, una funzione sociale, educativa e liturgica. Si può affermare che il πολίτης ateniese conosceva se stesso e la propria πόλις andando a teatro.

Esattamente come un Ateniese si recava a teatro con un coinvolgimento emotivo che determinava quella che Aristotele chiama κάθαρσις, così noi, alunni del Liceo Classico di Mondovì, abbiamo assistito all’Orestea andata in scena al Teatro alla Corte di Genova domenica 24 gennaio con la regia di Luca de Fusco: opportunità più unica che rara, trattandosi di tragedia greca – anzi, di ben tre tragedie una di seguito all’altra per un totale di quasi quattro ore di rappresentazione filata – e quindi imprescindibile e imperdibile.

Nonostante la dimensione atemporale dei testi e delle tematiche trattate, rappresentare la tragedia greca è sempre un’ardua scommessa e mette a durissima prova regista e attori. Il soggetto e la scenografia possono essere messi in scena in maniera simile a come erano rappresentati nel V secolo, oppure essere attualizzati, più o meno pesantemente. Nel caso dello spettacolo messo in scena a Genova le scelte attuate dal regista sono state un felice connubio tra una filologica fedeltà al testo (basato sulla bella traduzione di Monica Centanni) e un’attualizzazione che non esula dalla corretta interpretazione delle vicende, come nel caso dell’immagine del grosso bue sulla lingua evocata dalla sentinella nel prologo dell’Agamennone. Questa espressione criptica, derivante dai culti misterici di Eleusi, demo natale del tragediografo, è di difficile comprensione per il pubblico, poiché riservata alla stretta cerchia degli iniziati. La difficoltà qui è quella di farne comprendere ad un pubblico di non iniziati (!) il vero significato, ovvero l’impossibilità di parlare. Si è utilizzato, allora, un espediente molto semplice ed efficace, ovvero quello della similitudine: come se avessi un grosso bue sulla lingua.

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Nell’Agamennone, prima tragedia della trilogia, l’araldo in arrivo da Troia porta con sé alcuni scarponi da soldato, che evocano la morte dei combattenti, richiamando il dolore come diretta conseguenza della guerra, e dissotterra alcune fotografie di uomini in uniforme. Dal momento che gli scarponi erano perfettamente contemporanei e i soggetti delle fotografie erano soldati, l’immagine induceva a pensare alle due guerre mondiali del secolo scorso, quindi un immediato riferimento alla modernità. Uno degli aspetti che più di tutti ha fatto onore all’Orestea andata in scena a Genova è quello del rispetto profondo che il regista ha avuto per il testo. Non vi sono stati tagli eccessivi e particolarmente felice è stata la scelta di lasciare in greco l’espressione πάθει μάθος, ovviamente traducendola subito dopo. La scelta del greco per una citazione così importante evidenzia tutta la sua sacra rilevanza, quasi come se non fosse possibile tradurre in italiano queste due parole dal così denso significato.

Per quanto riguarda l’entrata in scena del Coro e degli attori, il regista ha trovato la soluzione di farli apparire uscendo da alcune botole presenti sul palco invece che dalle consuete entrate laterali, come se appunto riemergessero dal passato. Ma ciò ha anche un’altra spiegazione: evidenzia come gli altri personaggi siano completamente dominati dalla regina Clitemnestra, perché hanno atteggiamenti di sottomissione verso di lei: la regina è sempre in piedi, mentre il Coro è quasi sempre sdraiato sulla scena.

La scena in assoluto più problematica è quella in cui Clitemnestra, per ribadire il suo ruolo di madre, dovrebbe mostrare il seno al figlio Oreste intenzionato ad ucciderla. Il regista, per evitare fraintendimenti erotici (ovviamente fuori luogo ed estranei al vero significato dell’immagine), riduce il πάθος della scena non facendo denudare Clitemnestra.

La scenografia, inizialmente essenziale, esattamente come nel teatro classico, ha avuto una progressiva evoluzione nel susseguirsi delle tre tragedie: nell’Agamennone la porta del palazzo di Argo sullo sfondo e pochi arredi classicheggianti, collocati su uno sterile sabbione nero; nelle Coefore parte della porta diventa uno schermo che permette al pubblico una comprensione più immediata, evocando, ad esempio, la spettrale figura di Agamennone quando Oreste ed Elettra s’incontrano presso la sua tomba. Questa graduale evoluzione della scenografia verso soluzioni più tecnologiche si conclude nelle Eumenidi con la porta del palazzo che lascia spazio a due grandi schermi, che rappresentano rispettivamente l’accusa (Erinni) e la difesa (Apollo). Un brillante espediente di coinvolgimento del pubblico durante il processo è stato quello di inquadrare la platea e farla diventare la giuria dell’Areopago. In tutte e tre le tragedie, che sono accomunate dal tema dell’omicidio, il tappeto non è rosso, ma si tinge di rosso in maniera molto evocativa solo nel momento in cui avviene un delitto, determinando un notevole coinvolgimento emotivo nel pubblico.

Assai pregevole è stata la scelta di corredare lo spettacolo delle musiche composte da Ran Bagno e di parti danzate. La tragedia greca, com’è noto, aveva parti cantate e danzate di cui purtroppo non sappiamo nulla. Anche questo dunque è un esempio di quanto il regista abbia tentato, quanto più poteva, di ricostruire uno spettacolo “totale”. In diverse scene, il Coro, le Erinni o le Coefore danzavano ricreando l’atmosfera del teatro classico.

Questa edizione dell’Orestea è stata sicuramente d’altissimo livello, oltre che per i meriti del regista, anche per la magistrale interpretazione degli attori. Elisabetta Pozzi nel personaggio di Clitemnestra ha trasmesso perfettamente l’ambiguità e la regalità di tale ruolo.

Il ruolo di Agamennone è stato interpretato da Mariano Rigillo, che aveva le sembianze dell’eroe omerico (capelli lunghi e fisico prestante) che però torna a casa stanco della guerra e desideroso solo di pace e riposo, e non capisce tutto l’interesse della moglie a farlo passare su un ricco tappeto rosso all’orientale, a cui il frugale uomo greco non era certo abituato. Non prevede la sua morte. Particolarmente incisiva l’interpretazione di Gaia Aprea del personaggio di Cassandra nell’Agamennone e di Atena nelle Eumenidi. Nei panni di Cassandra ha saputo trasmettere tutto il furor dell’indovina che presagisce e dichiara una morte imminente, quella di Agamennone, meritandosi applausi a scena aperta. Nelle Eumenidi ha abilmente interpretato la figura di Atena, distante e glaciale divinità, tutta rivista di un metallo che richiamava tanto il passato quanto un futuro fantascientifico. Così statuariamente abbigliata conduceva il processo dell’Areopago, abbagliata da una luce posteriore, con un tono di voce quasi robotico.

La tragedia si è conclusa, oltre ogni aspettativa, con Atena e gli altri personaggi in scena (Apollo, Oreste e le Erinni), che compivano una sorta di ennesima metamorfosi in cantanti lirici, interpretando con suggestioni belcantistiche il motivo della colonna sonora dello spettacolo e suscitando un festante stupore nel pubblico.

orestea 1

Lo spettacolo a cui abbiamo assistito è sicuramente stata un’opportunità fondamentale: l’unica trilogia legata che ci sia rimasta della tragedia greca, in cui ciascuna delle tre opere tratta tematiche fondamentali, che vanno dai valori della famiglia alla fondazione della democrazia e del diritto. Cicerone, uno dei più grandi estimatori della cultura greca, asseriva, non a torto, la filiazione diretta della cultura latina da quella greca, e che ai Greci si dovesse tutto, tranne il diritto. Aveva ragione riguardo all’applicazione e all’evoluzione dello ius, che nella Repubblica romana diventa ampio e articolato, adatto a far rispettare la giustizia nell’enorme stato romano. L’Orestea, però, ci dimostra quanto moderna fosse la riflessione greca sul concetto di “legge”.

Il νόμος è la radice del diritto condiviso e della legge ufficiata dallo stato in un luogo ad essa preposto e con procedure uniformi, basate sostanzialmente sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Atene ha quindi posto il primo importantissimo fondamento verso quella giustizia che noi oggi possiamo dare (quasi) per scontata.

Trilogia sicuramente più di parola che di azione, l’Orestea è una delle opere più rivoluzionarie della cultura greca, pietra miliare nella formazione dell’uomo moderno.

Alessandro Cerri – Elena Castiglione

IV Liceo Classico Mondovì

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