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IL DOMANI DEL LICEO CLASSICO … E DELLA CULTURA NELLA SCUOLA ITALIANA.

IL DOMANI DEL LICEO CLASSICO …

E DELLA CULTURA NELLA SCUOLA ITALIANA.

Prof. Stefano Casarino

Il Convegno Il Liceo Classico del futuro. L’innovazione per l’identità del curricolo, svoltosi al Politecnico di Milano il 28 e 29 aprile scorsi ha avuto vasta eco: tra i molti interventi sul tema, validi spunti di riflessione li offre l’articolo di Antonietta Porro, Greco e latino, superiamo l’opposizione tra grammatica e civiltà (Il Sussidiario.net, 13.06.2016).

Più che il parere di autorevolissimi docenti universitari, mi pare si debba sentire la voce (e tenere nel debito conto l’esperienza) di chi da anni affronta ogni giorno in classe i problemi dell’insegnamento delle lingue classiche, con alunni sempre diversi e – vale la pena rimarcarlo – sempre meno attrezzati per ciò che concerne le competenze logico-linguistiche.

E questo sarebbe il primo punto da affrontare, la premessa indispensabile per qualunque serio ragionamento sull’intera scuola secondaria di secondo grado: che ruolo hanno oggi nell’attuale scuola secondaria di primo grado (la vecchia “scuola media”, per intenderci) l’insegnamento della grammatica e della sintassi dell’italiano e la composizione scritta nella nostra lingua madre?

Chi scrive ha avuto modo di verificare coi propri figli: in tre anni di medie (per altro ottime e con validissimi insegnanti) il numero globale di “temi” ha raggiunto (forse) la dozzina; di riassunti manco a parlarne; di altri esercizi alternativi neppure l’ombra: questionari, invece, quelli tanti; e test a crocette, perché così si fa altrove.

Altro che troppi compiti a casa e a scuola: scrivere, far scrivere è diventato obsoleto (anche perché poi correggere costa tanto tempo e tanta fatica!).

L’attenzione alla “lingua”, all’errore ortografico è quasi del tutto sparita (e mi scuso in anticipo coi molti valorosi colleghi che invece ancora su ciò insistono): tanto oggi nessuno scrive più con la penna, si scrive col PC e c’è il correttore ortografico (così mi replicò qualche anno fa un’aggiornatissima collega).

Se poco e male si hanno nozioni di analisi grammaticale e logica, affrontare le lingue flessive è un salto non da poco.

Qui una cosa va detta subito con chiarezza: non è più sensatamente possibile impostare lo studio del latino e del greco con le categorie grammaticali di tantucciana memoria per l’uno e di lamanniana-nucciottiana memoria per l’altro. Prima era possibile esaurire lo studio della grammatica al biennio (il vecchio ginnasio), oggi sarebbe follia solo pensarlo.

Ad una maggiore distensione dell’apprendimento della lingua si dovrebbe però accompagnare, a parer mio, un incontro più immediato con la cultura: prima si doveva attendere il triennio per respirare l’aria più vivificante della letteratura e per parlare di grandi temi culturali, oggi bisogna assolutamente ripensare e ristrutturare radicalmente questa tempistica.

Il problema dei problemi, però, ancora una volta non è cosa fare e a quali mezzi ricorrere (la proposta delle versioni contrastive, oppure, entrando nel merito dei problemi, essenzializzare e ridurre, come propone Serianni, da cinque a tre le declinazioni latine), ma è la formazione di chi quelle materie vorrà (dovrà) insegnarle, sempre che si ritenga ancora sensato farlo.

Notizia di questi giorni: in Grecia il Ministero della Pubblica Istruzione – là si chiama ancora così – intende eliminare l’insegnamento del greco antico nella scuola media inferiore: ci stupiamo e magari qualcuno si scandalizza, ma noi col latino nella nostra scuola media già l’abbiamo fatto, e da tempo!

Ha ragione Porro a prendersela col grammaticismo, che è cosa ben diversa dallo grammatica. E tra i tanti –ismi che ci rovinano voglio segnalare quello che a parer mio nella scuola li contiene tutti: “didatticismo”.

Si badi, non didattica: di quella, che è roba seria, non si parla mai, o si fa finta di parlarne. La decennale esperienza delle SSIS, interrotta in uno dei modi più brutali che la recente storia dell’istruzione italiana ricordi, avrebbe potuto (dovuto) servire a ciò: ora è la volta dei TFA, dei PAS…

Possiamo dire, in coscienza, che davvero ci si preoccupa in Italia di “formare i formatori”? E, oltre alla (inesistente) formazione in ingresso per conseguire la famosa abilitazione all’insegnamento, che dire poi di quella in itinere e del diritto/dovere all’aggiornamento?

In buona sostanza, mi piacerebbe che si convenisse su due punti, dai quali necessariamente partire per qualunque discussione sensata:

  1. senza persone preparate e motivate, che conoscano e siano in grado di far conoscere ciò che insegnano (utilizzando certamente tutti i “mezzi” nuovi a loro disposizione, ma senza affidarsi passivamente ad essi), qualunque didattica, non solo quella delle lingue classiche, è destinata al fallimento. Se alla fine del Liceo, gli studenti progettano il falò dei libri e degli appunti di latino e di greco e in futuro fuggiranno da qualunque iscrizione in quelle lingue, il fallimento è pieno e irrimediabile: anzitutto, di chi quelle materie le ha proposte e insegnate, perché le ha mummificate, ha tolto loro ogni fascino e agli studenti ogni voglia di apprenderle. in Inghilterra un’insegnante trentenne è stata licenziata perché troppo noiosa: aldilà della risonanza e della semplificazione mediatica, una riflessione in merito varrebbe la pena di farla!

Se invece, anche senza frequentare Lettere Classiche all’Università, gli ex-liceali continueranno ad interessarsi di letteratura, ad “incontrare” i classici (magari leggendo in integrale e in buona traduzione italiana quei testi di cui la scuola ha offerto solo “pillole”), ad andare a teatro, all’opera, ecc…, allora aver frequentato il Classico avrà lasciato positivamente e durevolmente il segno.

  1. Ma – e qui è il caso di parlare forte e chiaro – non è in gioco la sopravvivenza di un indirizzo come tanti, che in meno di dieci anni ha visto dimezzati i suoi iscritti e che qualcuno magari si augura pure che si estingua perché del tutto arcaico ed inutile: è in gioco anche e soprattutto una precisa idea di cultura, di formazione culturale. Tramontato più o meno felicemente il tempo di affermazioni quali “il Classico dà la forma mentis”; “il latino e il greco aprono la mente” ; “il Classico forma la futura classe dirigente” ecc.., è ora il momento di chiedersi e di chiedere ai nostri decisori politici se la scuola, tutta quanta nel suo insieme, deve diventare un luogo in cui dispensare nozioni verificabili con test che di culturale non hanno proprio nulla (e allora tradurre non serve ad un accidente, ma neppure discutere di Omero o di Virgilio) oppure se la scuola, tutta quanta nel suo insieme (con un ovvio processo di gradualità), continuerà (deve continuare) ad essere il luogo dello studio, della lettura e dell’analisi dei testi, dell’incontro con la cultura in tutte le sue forme e avere per fine la formazione del gusto e del senso critico, il fornire metodi e strumenti perché ciascuno sia in grado di ragionare con la propria testa dopo aver conosciuto la lezione del passato.

Questo, ovviamente, presuppone che importi ancora parlare di individui, di persone, e non solo di competenze e di prestazioni.

Ma forse, oltre alle lingue classiche, anche questo modo di pensare è ormai un arcaismo di cui possiamo benissimo fare a meno.

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MAESTRI, COLLEGHI, AMICI. Tra mondo classico e cultura moderna – Gian Franco Gianotti

“Maestri, colleghi, amici. Tra mondo classico e cultura moderna”: questo il titolo del libro scritto da Gian Franco Gianotti, nostro amico e socio dell’AICC di Cuneo, e pubblicato dalla casa editrice Aracne, nella collana Mnémata, di cui fanno parte anche le recenti pubblicazioni degli atti dei convegni organizzati dall’AICC cuneese.

Questa la sintesi del libro, che potrete trovare sul sito della casa editrice (http://www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/pubblicazione.html?item=9788854893658):

“Il volume raccoglie contributi nati in occasioni diverse, ma non privi di connessioni di temi e motivi. Nella Prima Parte si affrontano due momenti cruciali nella storia europea degli studi classici: l’importanza di Erasmo da Rotterdam nella diffusione o nei progressi dell’Umanesimo nelle regioni a nord delle Alpi; la formazione della storiografia letteraria antica tra Sei e Settecento. Nella Seconda Parte si prendono in esame situazioni della cultura classica italiana: dapprima una serie di studiosi aperti o critici nei confronti del metodo filologico di derivazione germanica; infine Maestri e Amici che rappresentano modelli d’onestà intellettuale, esempi non comuni di ricerca e vivi rapporti d’amicizia”.

GRANDE SUCCESSO PER L’ISCRIZIONE 2016

A fine maggio è scaduto il termine ufficiale per l’iscrizione all’Associazione Italiana di Cultura Classica. La sezione di Cuneo, per il 2016, ha registrato un piccolo grande record: si sono superate le cinquanta iscrizioni! In un momento storico che sembra non premiare gli studi umanistici e la cultura in generale, questo dato ci appare ancora più significativo: la strada che abbiamo imboccato e che abbiamo davanti agli occhi non si presenta piana e distesa, ma l’incoraggiamento che viene da tutti voi – direi, da tutti noi – è quello di continuare a difendere e diffondere ciò in cui crediamo: il valore assoluto della cultura classica.

Anche il Presidente dell’AICC Nazionale, Mario Capasso, ha espresso la sua soddisfazione per un così brillante risultato al nostro Presidente Stefano Casarino:

“Caro prof. Casarino,
sono molto contento del gran numero di iscritti alla Delegazione di Cuneo: un segno importante dell’ottimo lavoro che Lei svolge e dell’entusiasmo che la cultura classica per fortuna ancora riscuote”.

Sappiamo che c’è ancora molto lavoro da fare perché la nostra realtà cuneese cresca e si rinsaldi: continueremo ad impegnarci per questo.

Grazie a tutti.

l’Associazione Italiana di Cultura Classica

Sezione di Cuneo

UN VIAGGIO PER RIFLETTERE: SANT’ANNA DI STAZZEMA, 29 MAGGIO 2016

UN VIAGGIO PER RIFLETTERE:

SANT’ANNA DI STAZZEMA, 29 MAGGIO 2016

L’ultima domenica di maggio è stata una straordinaria occasione per ricordare una triste e dolorosa pagina della storia italiana, spesso trascurata e malauguratamente lasciata cadere nel dimenticatoio: all’alba del 12 agosto 1944 era appena sorto il sole, quando gruppi di SS, un tempo impiegati nella XVI divisione durante la fallimentare campagna di Russia e allora provenienti da tutti i punti cardinali con lo scopo di attuare un accerchiamento, sfogarono la loro inumana violenza sugli innocenti civili di Sant’Anna di Stazzema, piccolo insieme di borgate nell’entroterra lucchese, sui rilievi appenninici. Il viaggio, organizzato dalla Onlus Col. Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, ha visto la partecipazione dell’A.N.P.I. e il contributo della Banca Alpi Marittime e ha coinvolto anche una quindicina di studenti del Liceo “Vasco-Beccaria-Govone” di Mondovì, ex quibus ego!

Foto Stazzema tutti 29.05.2016 DSCN5063

Oggi Sant’Anna di Stazzema è una piccola frazione di circa quindici abitanti, che ha ricevuto nel 1970 la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Monumento simbolo dell’accaduto è la chiesa e la relativa piazza, nella quale il parroco del paese, don Innocenzo Lazzeri, osò opporsi ai tedeschi, pagando con la vita il suo coraggio e il suo eroismo. A pochi passi, seguendo un sentiero in salita che svolge la funzione di Via Crucis sia cristiana sia laica, si giunge al monumentale ossario, isolato nella selvaggia foresta appenninica. Ai piedi di questo, è collocata la lapide con i nomi delle vittime e le rispettive età al momento della morte: vittime colpevoli soltanto di essere gente di montagna, considerata dal comando nazi-fascista complice dei partigiani, sebbene gli abitanti di Sant’Anna non avessero mai ostacolato apertamente la Repubblica Sociale e gli occupanti tedeschi. In memoria di queste persone, il nostro gruppo ha deposto una composizione floreale con i colori del tricolore.

L’escursione si è conclusa con la visita al Museo Storico della Resistenza. Ivi abbiamo visto il documentario realizzato da Rai Cinema in ricordo di quel fatale 12 agosto del ’44, abbiamo ascoltato dal vivo la toccante testimonianza dell’ultimo superstite ancora in vita, Enrico Pieri oggi ottantaduenne, e visitato la piccola struttura, che accudisce qualche reperto e ripercorre la storia del paesino, intrecciatasi fatalmente con gli avvenimenti della seconda guerra mondiale.

Foto monumento Stazzema 29.05.2016 DSCN5066

Il contesto storico di questa barbarie è l’Italia centro-settentrionale, ultimo baluardo tedesco contro l’armata di liberazione alleata, già da un anno sbarcata in Sicilia ed avanzata sino all’Appenino toscano. L’alto comando tedesco in Italia, tenuto dal Feldmaresciallo Albert Kesselring, collocò da quella zona fino all’Adriatico un’estrema linea difensiva, la “Linea Gotica”. A causa della non indifferente presenza di soldati nazisti e repubblichini, il territorio di Stazzema presentava una limitata presenza di partigiani ed era ritenuta perciò una “zona bianca”, cioè di sicurezza e rifugio per gli sfollati provenienti dalle città costantemente bombardate e dai paesi nei quali la mano nazi-fascista perseguiva maggiormente i dissidenti. Questi vivevano nella miseria, ma potevano ancora contare sul calore e l’umanità della popolazione locale, all’epoca stimata fra le 400 e le 600 unità, che concedeva la loro ospitalità e protezione più piene ai connazionali totalmente allo sbaraglio.

Nonostante la presunta sicurezza del luogo, la gente iniziò a temere che sarebbe successo presto qualcosa. In risposta alla loro preoccupazione, il comando tedesco assicurò che il paese non rischiava di essere coinvolto in alcuna operazione militare; “Sant’Anna può restare”: queste le parole che i pochi superstiti rammentano essere state proferite dal comandante tedesco.

Gli abitanti delle borgate si resero conto che quell’assicurazione non aveva alcun valore quando fu troppo tardi, nell’estivo mattino del 12 agosto, non appena constatarono che quattro divisioni tedesche, aiutate da fascisti locali, coperti in viso per impedire la loro identificazione, si dirigevano armate verso il paese. Era soltanto il preludio all’eccidio. I soldati rastrellarono borgata per borgata, intimando ai residenti di radunarsi prima in un luogo aperto e poco dopo in una stanza chiusa, dove si sarebbe consumata la furia omicida degli uomini di Hitler. In meno di una giornata, quello che avrebbe dovuto essere un ennesimo giorno come gli altri, fu invece il macabro epilogo delle loro vite, la maggior parte delle quali erano di donne, anziani e bambini, anche neonati, in quanto una consistente parte degli uomini era riuscita a fuggire sulle montagne prima dell’inizio del rastrellamento. Pochi furono i superstiti, ai quali però il tempo non è riuscito minimamente a cancellare la memoria di quella tremenda mattina.

Abbiamo avuto il grande onore di conoscere Enrico Pieri, che ci ha calorosamente accolti, assai disponibile alle nostre domande e ad ulteriori chiarimenti su ciò che accadde.

FOTO  Pieri Stazzema

Nato il 19 aprile 1934, al momento dell’eccidio aveva poco più di dieci anni. Pur essendo venuti a conoscenza del repentino arrivo dei reparti tedeschi, gli uomini della sua famiglia, suo nonno, suo padre e i suoi zii, decisero di non scappare e attendere i militari senza opporre resistenza. La famiglia Pieri, con le sue pacifiche intenzioni, fu però travolta dalla bestiale disumanità dei soldati, che, dopo averli raccolti insieme alle altre famiglie della borgata, li condussero nella cucina della famiglia Pierotti.

Grazia Pierotti, giovane componente della suddetta famiglia, guidò Enrico nel sottoscala di casa, approfittando del fatto che gli uomini stavano facendo loro scudo. In meno di cinque minuti l’efferata strage fu portata a termine e i nazi-fascisti, assicuratisi di aver freddato tutte le persone presenti nella cucina, ammucchiarono la paglia e il raccolto che giaceva nelle stalle, e vi appiccarono il fuoco. Il mancato incendio della casa fu la salvezza dei due bambini, i quali, temendo un ritorno dei tedeschi, si rifugiarono fino al pomeriggio inoltrato nella vicina piana di fagioli. Enrico, conoscendo bene la valle e la sua geografia, si inoltrò più lontano, consapevole di essere rimasto solo, ma risoluto a voler cercare altri superstiti. Dopo aver incontrato una famiglia di sfollati e aver potuto piangere il suo triste destino con loro, tornò nella sua borgata, per constatare i danni. Nella cucina dove era avvenuto il massacro, il bambino vide uno spettacolo orribile: giacevano lì senza vita i corpi dei suoi familiari e della famiglia Pierotti, dieci persone in totale, e vide il corpo della madre proteso verso la finestra.

Quella di Enrico Pieri è stata una testimonianza allo stesso tempo lucida e commossa. Terminato il discorso sulla sua esperienza personale ci ha descritto brevemente la sua vita, condotta anche all’estero, in Svizzera, dove riuscì lentamente a perdonare il popolo tedesco. Infine ci ha ammonito sia a non dimenticare il passato sia a non trascurare il presente con le tutte le sue nuove Sant’Anna.

È giusto ricordare che quello che successe in questo paesino delle montagne lucchesi non fu frutto né di una ritorsione contro un’azione partigiana, né di una rappresaglia, bensì una vile azione con finalità terroristiche, in esecuzione del folle ordine di fare terra bruciata ovunque passassero i Tedeschi.

Luca Gambera

II Liceo Classico – Mondovì

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