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Una voce che si è spenta nel mare

UNA VOCE CHE SI È SPENTA NEL MARE: ALFONSINA STORNI.

BRA, sabato 3 settembre 2016

È merito dell’Associazione Culturale “Gli Spigolatori” di Mondovì aver riproposto oggi una voce poetica indubbiamente interessante e ben poco ascoltata in lingua italiana, quella della poetessa argentina Alfonsina Storni, grazie al bellissimo libretto “Fiore di roccia. Alfonsina Storni: l’essenza di una voce poetica”, curato da Giuliana Bagnasco: una pubblicazione di una settantina di pagine, contenente il saggio critico introduttivo della Bagnasco; un’essenziale antologia poetica di una decina di liriche con testo originale e ottima traduzione di Chiara Atzori, accompagnate da stimolanti osservazioni della traduttrice stessa; l’intervista a Davide Sordella, regista del film Alfonsina y el mar (2013), liberamente ispirato al personaggio della poetessa e note bio-bibliografiche conclusive.

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La presentazione del libro degli Spigolatori è avvenuta recentemente a Bra (CN) nell’ambito della manifestazione “I cortili del tango”, tenutasi nell’intera giornata di sabato 3 settembre 2016. A Palazzo Traversa alle 17.30 sono intervenuti il poeta Remigio Bertolino, che ha inquadrato l’attività poetica della Storni nell’ambito più generale della letteratura argentina novecentesca; la Prof.ssa Yvonne Fracassetti, che ha curato una raffinata concettualizzazione sul rischio del fraintendimento di una lettura in chiave solo femminista di tale autrice e sull’importanza invece di cogliere nei suoi versi l’armonia del tutto; e chi scrive, che ha cercato di cogliere alcuni aspetti originali di tale poetica. Forse, però, il commento migliore è stato offerto dalla recitazione, dal canto e dalla musica che hanno offerto Ada Prucca, Corrado Leone, Attilio Ferrua e, last but not least, Mario Manfredi, il sapiente organizzatore di tale evento culturale, arricchito ulteriormente da un’improvvisazione di tango a cura di Susi Lillo e Piermario Mameli.

La vicenda esistenziale della Storni (1892-1938) è certamente esemplare di quella di tantissime donne del Novecento: povera; emigrante; ragazza madre.

Originaria della Svizzera italiana (nacque a Sala Capriasca nel Canton Ticino), emigrò con la famiglia in Argentina: cent’anni e più fa la Svizzera – che successivamente si arricchirà proprio col lavoro di tanti immigrati – fu terra di emigrazione; attualmente la colonia svizzera in Argentina è la più numerosa di tutto il Sudamerica.

Alla precoce età di dieci anni iniziò a lavorare, facendo mille mestieri: sarta, operaia, lavapiatti e cameriera nel bar della famiglia, cassiera. Nel 1912 ebbe un figlio, Alejandro, e non volle mai rivelare l’identità del padre: lo allevò da sola, sfidando il maschilismo allora imperante (in Argentina il voto alle donne arrivò nel 1946, molto dopo che in Italia… dove arrivò solo l’anno prima, nel 1945!!).

Nel 1935 si ammalò di tumore al seno, subì l’asportazione, ma tre anni dopo il male si ripresentò: a soli quarantasei anni si suicidò, gettandosi da una scogliera nel Mar de la Plata. La struggente canzone, Alfonsina y el mar, che è possibile ascoltare su Youtube nell’interpretazione di Mercedes Sosa, così commenta la sua partenza: “Te ne vai /
con la tua solitudine, Alfonsina / che poesie nuove / andasti a cercare? / Una voce antica / di vento e di sale / ti blandisce l’anima / e la guida / e tu vai fin là / come in un sogno / addormentata, Alfonsina / vestita di mare”.

Leggendo i suoi versi, certamente il mare costituisce una sorta di leit-motiv, si avverte una sorta di attrazione fatale che la induce a scrivere: “me ne andrò a navigare / sui mari neri della morte, / verso il mai più.È, la sua, la poesia di una donna autentica, che parla di sé con credibilità esistenziale ed onestà intellettuale: niente donna-angelo né donna-demone, grazie al cielo, e questo aspetto è giustamente sottolineato nell’introduzione di Giuliana Bagnasco.

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Una che ha compreso sulla propria pelle quanto sia più dura l’esistenza per lei rispetto agli uomini che si sono fabbricati un mondo a loro uso e consumo: in una sua lirica, “Quella che comprende”, Alfonsina immagina una bella donna in attesa del figlio che ai piedi di un “bianco Cristo sanguinante” così prega: “Signore, fa che non nasca donna!

La sua è una voce triste, consapevolmente mesta: “Gli occhi piansero a più non posso./ È tutto lo stesso, l’ho visto bene. / Essere rosa o spina, nettare o fiele.”

Ma è una voce di passione, che si scioglie in un grido potente ed antico: “Yo naci para el amor” (“Sono nata per l’amore”): lo stesso grido di Antigone.

L’amore, certamente, è il grande protagonista: per il figlio avuto senza matrimonio regolare (“Io ho un figlio frutto dell’amore, dell’amore senza legge, / perché non ho potuto essere come le altre… Il figlio e dopo io e poi… quel che sia!”); per la madre alla quale non chiede “grandi verità”, ma di ripensare a quando le cresceva in grembo; per se stessa, per la sua anima “fantasiosa, viaggiatrice”, alla quale “piace, se il mate diffonde i suoi forti aromi / cullata in un chiaro cantar di marinai / guardare i grandi uccelli che vanno senza meta”). Amore per l’amore stesso, come in questa lirica che ha toni forse inconsapevolmente saffici:

Al di sopra di tutto amo la tua anima.

Attraverso il velo della tua carne la

vedo brillare nell’oscurità: mi avvolge,

mi trasforma, mi satura, mi affascina.

Allora parlo per sentire che esisto,

perché se non parlassi la mia lingua si

paralizzerebbe, il mio cuore

smetterebbe di palpitare, tutta mi

disseccherei abbagliata.

L’ultima poesia – che è anche l’ultima dell’antologia proposta in “Fiore di roccia”, titolo che icasticamente racchiude la dolcezza, il fiore, e la determinazione, la roccia, che tale poetessa armonizzò in sé – fu inviata al giornale La Nación poche ore prima del suicidio, si intitola “Vado a dormire” ed è un commiato di assoluta dolcezza: “Vado a dormire, nutrice mia, mettimi a letto./ Posa una lampada alla testiera; / una costellazione; quella che ti piace; vanno bene tutte; abbassala un poco.

Stefano Casarino

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