AICC Cuneo

Home » 2017 » marzo

Monthly Archives: marzo 2017

L’UMANISSIMO TEATRO DI CECHOV: IL GABBIANO AL TEATRO STABILE DI GENOVA 19.03.2017

L’UMANISSIMO TEATRO DI CECHOV:

IL GABBIANO AL TEATRO STABILE DI GENOVA 19.03.2017

Nell’affascinante panorama di una delle letterature più ricche e belle al mondo, la letteratura russa, c’è un autore di cui si parla forse poco, Anton Čechov, che ha composto opere teatrali e racconti meravigliosi, ricchi di un’umanità genuina e sconvolgente.

In questi giorni il Teatro Stabile di Genova ha messo in scena Il gabbiano, recitato dalla Compagnia del teatro con la regia di Marco Sciaccaluga. A questa Compagnia non possono che andare infiniti complimenti per il lavoro svolto nel preparare impeccabilmente, dalla scenografia alla recitazione e sempre nel rispetto filologico del testo, quest’opera straordinaria.

Alla sua uscita nel 1896 Il gabbiano fu un fiasco: anche Tolstoj, il severo mentore di Čechov, lo stroncò in pieno. Come tante grandi opere d’arte, forse era in anticipo sui tempi: due anni dopo fu un successo e oggi è uno dei drammi più importanti del teatro moderno.

L’opera è completamente basata sul dolore, un dolore cieco che pervade il palcoscenico e che travolge su vari livelli tutti i personaggi. La storia è piuttosto complessa ma è sintetizzabile in un quadro di quattro personaggi: un’attrice di vecchia fama, Arkadina, convive con il famoso scrittore Trigorin; Treplëv, figlio di Arkadina, è un giovane scrittore in cerca di successo che ama, non corrisposto, la giovane attrice Nina, la quale smania per una carriera brillante. La struttura è quindi quella di una coppia di scrittori (di cui uno solo famoso) accanto ad una coppia di attrici (anche qui una sola famosa). Ciò che muove il meccanismo tragico è la caratterizzazione dei personaggi. Trigorin ha successo, ma è un personaggio scialbo, piatto, che non sa amare, che passa le sue giornate a pescare nel lago e a scrivere, ignorando completamente la sua fama. Scrive un po’ per mestiere, un po’ per vezzo: quando rilegge ciò che di suo è stato pubblicato non si piace ed è profondamente turbato dalla consapevolezza, che condivide con i suoi lettori, che non diventerà mai un nome importante come Tolstoj o Turgenev. La giovane Nina aspira alla fama non comprendendo come sia possibile che chi, come Trigorin, la possiede la sciupi spendendo le sue giornate in vani passatempi. Tuttavia ammira profondamente Arkadina e Trigorin, e vorrebbe essere come loro. Arkadina è in assoluto il personaggio più spregevole. Nel suo estremo egoismo non si accorge della malattia del fratello Sorin e della disperazione del figlio, per il quale non usa mai parole di apprezzamento o affetto. Vive in un eterno presente, gloriandosi di essere la compagna di un noto scrittore e si sente ancora un’attrice apprezzata.

                     La tombola del IV Atto col gabbiano impagliato al centro.
                                             Foto di GIUSEPPE MARITATI

Il personaggio più affascinante è però Treplëv. Un giovane frustrato, insoddisfatto, triste: nel quarto atto dice che il suo animo è più freddo di una cantina. Scrive, ma nessuno lo apprezza, sente di avere molte cose da dire, ma sa di essere ignorato e incompreso. Nemmeno in casa, il luogo che più di ogni altro dovrebbe far sentire bene una persona, trova affetti o soddisfazioni. Per questa ragione la scrittura diventa per Treplëv al contempo una cura e una condanna. Non può fare a meno di scrivere, ma scrivendo peggiora la sua situazione. Quello che si chiede Treplëv è se la scrittura debba essere un’attività razionalmente guidata e costruita, come quella dell’odiato Trigorin, o se debba piuttosto essere un’attività che arriva dal cuore. Questa è, da parte di Čechov, una dichiarazione di scrittura come espressione e liberazione. Siamo veramente all’estremo opposto rispetto alla sprezzante sufficienza con cui un noto scrittore italiano, vivo nelle memorie degli studenti con falsa modestia ama riferirsi ai suoi venticinque lettori: qui c’è invece la necessità di avere dei lettori, non per denaro, ma perché si sente di avere veramente qualcosa di importante da comunicare.

Fondamentale il titolo dell’opera. Durante il secondo atto Treplëv mostra all’amata Nina un gabbiano da lui ucciso (forse eco di The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge), presagio della propria morte, che avviene alla fine del dramma: mentre in cucina si consumano le feste della madre e di Trigorin, Treplëv si spara.

Si noti come Dio sia totalmente assente: le vicende di quest’opera sono tutte troppo umane per poter essere risolte con l’affidamento a Dio o alla provvidenza, come lo scrittore citato sopra avrebbe fatto.

Il gabbiano è davvero un inno al calore umano, un’esortazione a non perdere la nostra umanità dietro le chimere della fama o dell’egoismo, a non dimenticare i più deboli, per i quali spesso basterebbe solo un po’ di affetto. È un magnifico esempio di “realismo psicologico” proprio perché indaga profondamente la psiche umana e i suoi problemi all’interno di un contesto realistico, quotidiano, di vita comune. Conoscendo poi la vita di Čechov, travagliata da mille disagi per la durezza del padre e per la povertà della famiglia (Čechov scrisse molti dei suoi racconti unicamente per sopravvivere e conobbe in prima persona le insoddisfazioni della vita del giovane scrittore), queste tematiche appaiono quanto mai profonde. Siamo davanti ad un’opera che non nasce come finzione letteraria, ma dalla vita vissuta.

Chi è l’artista? Questa è una delle importanti domande alla base dell’opera. È forse una persona fredda e anaffettiva come lo sono Arkadina e Trigorin, che praticano l’arte per mestiere e abitudine, o piuttosto chi, come Treplëv, non proclama la sua arte a sonori colpi di grancassa, ma sussurra non udito? Per Čechov la risposta è chiara, ma d’altronde vien da sé. Il fine che ogni grande opera teatrale si prospetta è di non lasciare uscire dal teatro uno spettatore indifferente. La funzione catartica del teatro è proprio quella di insinuare nell’animo dello spettatore le stesse emozioni forti che hanno animato i personaggi durante la finzione dello spettacolo e in questo modo purificarlo. Chi esce dal Gabbiano si porta dietro grandi domande su cui si interroga senza la pretesa di arrivare ad una risposta definitiva. È un’opera che scuote dentro, obbliga a mettersi in discussione. Questo almeno è l’effetto dopo averla vista a teatro, rappresentata in modo esemplare da tutti gli attori, davvero nessuno escluso, come hanno attestato i lunghi, calorosissimi applausi coi quali sono stati tutti festeggiati.

Alessandro Cerri, 5 Liceo Classico Mondovì (CN)

LE DONNE DI BALTHUS

Le donne di Balthus”

La Sala delle Conferenze del Centro Studi Monregalesi ha fatto da palcoscenico, lo scorso sabato, alla presentazione del libro “Le donne di Balthus” di Valentina Neri. Un pomeriggio culturalmente intenso, figlio della sinergia collaborativa tra Gli Spigolatori, il Centro Studi stesso, la Fidapa di Mondovì, l’AICC di Cuneo e il comune di Mondovì, rappresentato per l’occasione dall’Assessore alla Cultura Mariangela Schellino. Diversi i relatori che hanno voluto omaggiare il lavoro della scrittrice cagliaritana, giunta appositamente a Mondovì grazie alla sezione di Cuneo di Alliance Française: Yvonne Fracassetti, Remigio Bertolino, Claudia Bianchino (psicologa e psicoterapeuta che ha fornito un’interessante chiave di lettura al volume) e Stefano Casarino, abile tessitore delle intriganti tematiche contenute nel testo.

Un libro, quest’ultimo, che prende spunto dal pittore surrealista (e dal talento surreale), per raccontare una storia incredibilmente reale. I protagonisti portano i nomi degli astri, e la prostituta si chiama come la Vergine; personaggi incastonati in un cielo tutto loro, impegnati a ruotare nel loro splendido universo interstellare. È una storia di donne con l’arte, di donne con gli uomini, ma soprattutto di donne per le donne. Nessun uomo è un’isola, ma le protagoniste sono libere e irrefrenabili come il sole, il mare e il vento, elementi senza i quali ciò che loro chiamano “casa” non sarebbe nemmeno riconoscibile.

Selene, Ester, Elio, Ludovica, la signorina Lia, ognuno di loro è accompagnata da una carta d’identità fuori dal tempo, e per questo perfettamente puntuale per gli appuntamenti della vita.

Donne dai nomi di stelle che hanno buttato fuori dalla loro camere il principe azzurro per lasciare spazio all’arte e, ebbene sì, ai gatti, percorrendo il tortuoso cammino dell’emancipazione.

Per aspera ad astra” e le donne ne sono consapevoli.

Valentina Sandrone

CONVEGNO AICC – DELEGAZIONE CUNEO

Tesseramento 2017 – AICC Cuneo

tesserameno-2017-page-001.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: