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Il suono tra magia, letteratura, musica e scienza – A. Cerri

Il suono tra magia, letteratura, musica e scienza

Convegno AICC CN 5 e 7 aprile 2017.

Ho mai incontrato qualcuno che si sia proclamato disinteressato o indifferente nei confronti della musica? Mi sforzo di scovare qualcuno di tale genere nella mia memoria, ma non trovo nessuno.

Che la musica faccia parte di quel genere di “cose” che non possono lasciare indifferenti è cosa nota fin dalla più lontana antichità. Il Convegno AICC del 5 e del 7 aprile svoltosi presso l’Aula Bruno del Liceo Classico «G.B.Beccaria» di Mondovì si è basato su questo fondamentale presupposto.

I relatori delle due giornate sono stati, nella prima, il Prof. Stefano Casarino, Presidente della Delegazione di Cuneo dell’Associazione Italiana di Cultura Classica (A.I.C.C.), il Dr. Matteo Peirone, cantante lirico (basso) di carriera internazionale e la Prof.ssa Lia Raffaella Cresci, docente di Filologia Bizantina nel Dipartimento di Lettere dell’Università di Genova; nella seconda il Prof. Sergio Giuliani, il Dr. Mauro Selis, psicologo, e il Prof. Lorenzo Barberis, fondatore della rivista culturale online «Margutte».

Ognuno pensi alla propria vita di tutti i giorni. Quanto tempo potrebbe quantificare, in percentuale, dedicato alla musica? Chi più, chi meno, sicuramente la musica è una costante della vita di ciascuno. Non tutti ascoltano musica in maniera ordinata e quotidiana – io per primo – ma sicuramente il suono è sempre presente in noi. Proprio per la sua capacità di superare le barriere razionali la musica è nella nostra mente anche quando non la ascoltiamo. Un sottofondo musicale ci accompagna in continuazione e può essere suggerito da uno stato d’animo o da una melodia che udiamo. Nella nostra vita la musica è presente: dalla playlist per il noioso viaggio in pullman alla pubblicità, che ha ben compreso e messo in atto, attraverso la musica, il metodo più efficace per cogliere la nostra attenzione anche quando non ne siamo consapevoli.

La formulazione più completa degli effetti della musica sull’uomo è forse stata data, guarda caso, proprio dalla cultura classica, come ricorda Stefano Casarino nel suo intervento.

Platone nella Repubblica individua nella musica il mezzo più adatto all’educazione spirituale dei giovani, ovvero alla paideia, la sfera non fisica dell’educazione. Ma Platone allo stesso tempo ama e teme la musica. Ritiene con convinzione che ad una buona educazione musicale corrisponda buon gusto estetico e buona condotta, ma distingue tra gli strumenti, ammettendo nello stato ideale la cetra e non l’aulòs, una sorta di oboe, proprio per la sua forza trascinatrice degli animi, la psicagogia. Tale discorso può apparirci scarsamente legato alla realtà quotidiana e tipico di un filosofare piuttosto speculativo. Ma a ben pensarci la fascia d’età che vede un maggiore coinvolgimento anche emotivo nei confronti della musica è proprio quella giovanile.

La domanda alla base della speculazione platonica è dunque: la musica può educare?

Platone è convinto che la musica non solo possa educare, ma sia anche il fondamento educativo per eccellenza, atto a distinguere il bello dal brutto. Ciò che egli teme è la potenza di tale mezzo, di cui bisogna essere consapevoli.

La vera domanda è dunque: una buona educazione musicale influisce sulla condotta di un individuo? Ho posto al Dr. Selis questa domanda e la conclusione che abbiamo trovato discutendo al termine del Convegno è la seguente: l’educazione alla buona musica è un’educazione all’armonia.

In effetti, i luoghi in cui più di tutti avviene una, direi, perdita di buon senso tra i giovani, una moderna e negativa psicagogia, sono le discoteche! Ma tralasciando facili moralismi c’è da rilevare come tra noi giovani la fruizione musicale sia spesso splendidamente olistica, a livello di generi. Nonostante le statistiche evidenzino una scarsa propensione verso la più impegnativa musica classica, tra i giovani figure chiave della musica d’autore come Fabrizio de Andrè o Bob Dylan sono assai note e ascoltate.

L’educazione musicale, che manca clamorosamente nella scuola italiana e non solo, dovrebbe essere volta alla distinzione tra ciò che è classico in senso lato, ovvero ciò che non passerà mai di moda, e ciò che è invece pura tendenza ed è soggetto ad un inclemente verdetto del tribunale del tempo: bastano pochi mesi e un certo tipo di musica commerciale diventa sconosciuta, perché ideata e proposta unicamente per una diffusione immediata e su larga scala tra il grande pubblico.

L’importante è evitare di distinguere i generi additandone di proibiti o di degenerati: la musica è sempre musica, sia essa commerciale o classica, opera lirica o rock, e questo è il suo pregio.

Ciò che importa è attuare una fruizione consapevole. La conclusione è che una buona educazione musicale influisce sugli individui, non però in maniera preponderante. Sui giovani, poi, la musica è un mezzo di coesione e di incontro, non solo nelle discoteche (anche perché oggi trovano sempre più spazio le autoreferenziali cuffie, talvolta anche alle feste pubbliche), ma altresì nei rapporti sociali. Confrontarsi sui gusti musicali è una delle attività predilette tra i giovani e non solo, e il confronto sui gusti è una sana contesa che aiuta ad arricchire la propria interiorità.

La musica ferma il tempo. Di fronte ad un brano particolarmente travolgente o commovente non ci rendiamo conto dei minuti che sono passati e vorremmo solo che quel brano continuasse all’infinito. Ascoltando un brano di musica strumentale o sinfonica non si cerca di darne un’interpretazione come si fa per qualsiasi altra forma d’arte, proprio perché la musica trova un senso in ognuno di noi e non ha bisogno di comprensione razionale. Questo è anche il motivo che spiega la sua ampia diffusione. I Greci, l’abbiamo visto con Platone, ritenevano che la musica fosse qualcosa di completamente irrazionale, contemplato e venerato con un po’ di timore. La musica era una potenza misteriosa: ogni greco di media cultura doveva avere in mente le Sirene dell’Odissea (libro XII), che attirano col canto e danno la morte. Solo in epoca ellenistica qualche studioso tentò di razionalizzare la musica attraverso i primi studi di teoria musicale, alcuni dei quali sbalordiscono per quanto fossero all’avanguardia. Ma a parte questa attenzione per l’ambito tecnico, l’Ellenismo continuò ad interessarsi alla musica e lo fece in ambito letterario. Il concetto di poesia in Grecia era molto diverso da come lo intendiamo noi. La poesia era sempre cantata: la musica greca era poi prevalentemente d’improvvisazione, visto che i testi erano scritti in modo da suggerire un’idea musicale, e ciò era permesso da un espediente tecnico che noi abbiamo perduto, ovvero la metrica quantitativa. La cultura ellenistica non si differenzia molto da quella omerica nel suo principio fondamentale, che è quello dell’agòn, la gara.

Come rileva Raffaella Cresci, in Omero la contesa è guerra, mentre in Teocrito i pastori, nuovi eroi, si confrontano col canto e la cetra in una nuova eris (contesa, in senso costruttivo, che a ben guardare non è un concetto così lontano dal confronto musicale tra i giovani di cui parlavo poc’anzi). Ma a mio avviso colui che nella cultura classica ci ha dato in assoluto la più bella pagina di letteratura, la meglio costruita dal punto di vista narrativo e formale è Virgilio. Parlo della Fabula Orphei, nel quarto libro delle Georgiche, e il tema centrale è proprio quello della musica nella sua componente apollinea di un Orfeo suonatore di cetra che sa essere dionisiaco trascinando gli animali e la bella Euridice, resuscitata, sia pure per poco, dal fascino del suo canto.

Non si può spiegare o riassumere questa pagina meravigliosa, la si può solo leggere estasiati.

La dimensione dell’esistenza umana può anche essere letta in chiave musicale. Pensiamo ad una sinfonia. Essa alternerà sicuramente momenti di allegro e momenti di adagio, momenti di crescendo e momenti di diminuendo, e così è la vita. Qual è il tempo di una sinfonia? È la somma dei singoli valori di ogni singola nota o è forse la percezione globale che abbiamo di quella sinfonia come flusso di note, come flusso di momenti? «Ognuno di noi ha una colonna sonora della propria vita» dice Peirone. Il mezzo privilegiato di espressione per l’uomo è la parola, ma con la musica si possono cogliere quelle sfumature in più che le parole non catturano, una forma perfetta di percezione, una tensione all’infinito. Perché la musica in effetti è anche filosofia. Ciò che tenta di fare la filosofia è andare al cuore delle cose e delle questioni. Ma cosa più della musica riesce ad arrivare nel profondo di uno stato d’animo senza alcun vincolo razionale? Pare la filosofia per eccellenza in quella sua capacità di saper esistere senza richiedere per forza un’interpretazione.

L’intervento di Matteo Peirone si è caratterizzata per la straordinaria vivacità e “verità” di un’autentica testimonianza di vita: di chi appunto, come lui, ha dedicato sia la sua professione che la sua intera esistenza al servizio della musica, scoprendo di avere un’importante voce di “buffo”, cioè di basso comico, particolarmente adatta al repertorio rossiniano e donizettiano, con qualche capatina in quello pucciniano (ad esempio, il Sagrestano nella Tosca, proprio il ruolo nel quale abbiamo avuto occasione di applaudirlo lo scorso anno al Teatro Carlo Felice di Genova). Corredata da slides efficacissime in cui dominavano le tele di Gustave Moureau, l’esposizione ha spaziato da Marcel Proust – autore particolarmente amato dal relatore – a William Blake, da Arthur Schopenhauer a Vladimir Jankelevitch, per concludere come meglio non si poteva, con la lettura del testo e l’ascolto dello struggente “Morgen”, Lied di Richard Strauss su testo di Henry Mackay.

Nella seconda giornata il Prof. Sergio Giuliani ha incantato il pubblico con la sua ben nota vis argomentativa e il suo pathos espositivo, analizzando i rapporti tra Montale e Debussy. Il Montale che dice di aver vissuto al 5% ha fatto della musica sia un mezzo di sostentamento (fu critico musicale del Corriere della Sera) che un formidabile motivo ispiratore per la sua poesia: tra assonanze, enjambements, incisi, rimandi e divertimenti, certe sue liriche hanno tutta l’aria di piccoli pezzi in musica. Giuliani ci ha proposto una magistrale lettura di Corno inglese, una poesia senz’altro difficile, ma che sa esprimere benissimo la profondità di un uomo-poeta-musico. Un testo ostico, polisemico, che può tranquillamente avere più di una interpretazione e che forse parla più al poeta ai critici che ai lettori.

Infine, il Prof.Lorenzo Barberis ha analizzato la presenza della musica (e di uno strumento in particolare, la tromba) nei romanzi di Umberto Eco, privilegiando La misteriosa fine della regina Loana (2004, invero, non certi un capolavoro) e Il pendolo di Foucault (1988, la seconda opera che non eguagliò il successo della prima, Il nome della rosa, 1980): di questo libro Barberis ha letto con sapiente acume la pagina in cui Belbo racconta del suo desiderio, di bambino di cinque/sei anni, di avere una tromba dorata e di come esso sia rimasto tale, perché ricevette in regalo dagli zii un più banale clarino!

Il Convegno dell’AICC di CN ha dimostrato che andando indietro nel tempo, da Platone a Tolstoj fino a Eco, la musica richiede alla letteratura un confronto necessario e continuo, in tutte le epoche storiche e in tutte le correnti letterarie. Quello che ho ricavato da questi incontri è la necessità della musica per l’uomo: la musica è ciò che ci rende non bruti, rivisitando il magnifico Poeta. Non è tempo perso quello che investiamo nel rifugiarci in quel golfo mistico della nostra esistenza che è la musica.

Alessandro Cerri – V Liceo Classico Mondovì

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