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MANGIARE (È) CULTURA

Stefano Casarino

 

Il 2018 è l’anno del cibo italiano: tra le tante iniziative, anche la Delegazione di Cuneo dell’A.I.C.C. ha trattato questo tema, dedicando il suo Convegno Annuale al rapporto complesso e affascinante tra “cucina” e “cultura”, in collaborazione con Gli Spigolatori di Mondovì , il Centro Studi Monregalesi, il Liceo “Vasco Beccaria Govone” di Mondovì, l’Istituto Alberghiero  “G.Giolitti” di Mondovì, il Liceo “G.B.Bodoni” di Saluzzo, lo Slow Food e col patrocinio del Comune di Mondovì.

Si è appena conclusa la Sessione Primaverile, articolata nei due pomeriggi di mercoledì 4 aprile e di venerdì 6 aprile e costituita da relazioni molto diverse e particolarmente apprezzate dal pubblico (di docenti – l’iniziativa ha anche valore come corso di aggiornamento –, di studenti e di molte persone interessate all’accattivante argomento) che ha affollato l’Aula Bruno del nostro Liceo.

Dopo il caloroso saluto del Dirigente Scolastico del Liceo, Prof. Bruno Gabetti, sempre pronto ad accogliere e a valorizzare con la sua spiccata sensibilità ogni proposta culturale, chi scrive ha introdotto i lavori, riflettendo sul cibo come bisogno, come privilegio – non si ricorda mai abbastanza che oggi nel mondo più di ottocento milioni di persone soffrono la fame e che i decessi per denutrizione sono nove volte superiori a quelli per calamità naturali e per guerre –, come piacere (al quale si deve, come in fondo a tutti i piaceri, essere educati) e, appunto, come cultura, in modo del tutto particolare proprio per noi Italiani.

Più specificamente è stato affrontato il rapporto “cibo” e “letteratura”, in una carrellata di testi e di analisi che è andata da brani biblici a brani omerici, dalla lirica greca alla novella boccacciana, per concentrare poi l’attenzione sulla lettura di tre formidabili descrizioni di “pranzi”, quello nuziale in “Madame Bovary”, quello della “fondazione della casa” ne “I Buddenbrook” e quello a Donnafugata ne “Il Gattopardo” con la proiezione sullo sfondo anche di qualche immagine che forse ha stuzzicato l’acquolina dei presenti.

Il secondo intervento, del Prof. Silvio Barbero, Vice Presidente dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, è stata un’articolata concettualizzazione sui “professionisti del gusto”, sul dovere di un approccio olistico a tutto ciò che il cibo è e implica, con osservazioni puntuali e stimolanti – si produce cibo per più di undici miliardi di esseri umani, ma attualmente siamo “solo” sette/otto miliardi; nel 2050 la quantità di plastica in mare potrebbe risultare superiore a quella del pesce; ecc… – e commentando poi la filosofia del “buono, pulito, giusto” di petriniano conio.

Ha chiuso la prima giornata la bellissima esposizione (termine particolarmente adeguato, perché tutto l’intervento è stato accompagnato dalla proiezione di immagini artistiche di grande suggestione) della Prof.ssa Fulvia Giacosa, dal titolo Incontro semiserio con invito a pranzo: partendo dagli affreschi egizi sul cibo siamo arrivati alla Mozzarella in carrozza di Gino de Dominicis, con una scorribanda di opere diverse, alcune tali da destare assoluta ammirazione, altre ironicamente provocatorie, nessuna, comunque, semplicemente decorativa. Perché, almeno così credo, sia in arte che in letteratura (e in musica, e, insomma, nella cultura in genere) ha molto più valore ciò che scuote le coscienze e elimina pregiudizi di ciò che è rassicurantemente garbato e convenzionale.

Primo intervento della seconda giornata quello della Prof.ssa Lia Raffaella Cresci, docente di Filologia Bizantina dell’Ateneo genovese, presenza imprescindibile di tutti i Convegni A.I.C.C., che ha affascinato il pubblico con una ricca trattazione del tema dell’anoressia ascetica a Bisanzio; in realtà, come con ironica arguzia non si è mancato di rilevare, anche in quel tempo e in quella cultura, un conto era il “dover essere”, un altro era il reale comportamento dei monaci, che, più che attenersi rigidamente al complesso protocollo che regolava i posti a tavola e alle rigide norme dietetiche, fornivano divertenti esempi di anarchia e di eccessi alimentari, prediligendo molto spesso proprio quella carne dalla quale avrebbero dovuto astenersi.

Un piatto che oggi farebbe inorridire ma che allora era considerato una prelibatezza era costituito dall’insieme di cavolo, carpe, pesce spada, sgombro, ben quattordici uova, formaggio, dodici teste d’aglio e quindici cipolle, tutto cotto assieme!

L’arcivescovo Eustazio di Tessalonica racconta anche di una razzia fatta per ordine dell’imperatore in un monastero per requisire le vivande necessarie ad un sontuoso pranzo di nozze: si trovò tanto cibo (e, ovviamente, di gran pregio) che furono necessarie più di otto ore per trasportarlo nella reggia imperiale.

Il Prof. Carlo Romito, figura di primissimo piano nella ristorazione e Presidente di Solidus, Forum permanente delle associazioni professionali del mondo alberghiero portavoce di decine di migliaia di professionisti in rappresentanza degli oltre due milioni di italiani che operano a vario titolo nel settore dell’accoglienza e dell’ospitalità in Italia, ha trattato il vasto tema della nascita e dell’evoluzione della cucina italiana e della lotta allo spreco alimentare: contrapponendo alla “nazionalistica” cucina francese – che ha spadroneggiato per più di tre secoli col culto del “grasso” e del “sofisticato” – la multiforme cucina “regionalistica” italiana, ha giustamente identificato ne La Scienza in cucina e l’Arte di mangiar bene (1891) di Pellegrino Artusi (1820-1911) la prima trattazione gastronomica dell’Italia unita, ristampata costantemente da più di cent’anni e di assoluto pregio letterario.  Ha sostenuto Piero Camporesi che ne ha curato l’edizione critica  per Einaudi nel 1970: la “Scienza in cucina” ha fatto per l’unificazione nazionale più di quanto non siano riusciti a fare i Promessi sposi.

Opportunamente Romito ricorda che Artusi dà indicazioni per il riutilizzo degli avanzi: ciò che suonava a fine Ottocento come un dettame etico deve tornare ad esserlo più che mai oggi, anzi deve trasformarsi in un essenziale elemento di educazione da impartire sin dalla scuola dell’infanzia.

L’ultimo intervento è stato quello della Dr.ssa Cinzia Scaffidi, Vice Presidente Nazionale dello Slow Food, che ha trattato un altro importante aspetto, quello del rapporto cibo/pubblicità, a cui ha dedicato il suo ultimo libro Che mondo sarebbe. Pubblicità del cibo e modelli sociali.

Varie e stimolanti le sue osservazioni: il contrasto tra “economia” e “ecologia”, che non solo semanticamente dovrebbero invece accordarsi; l’ignoranza di nozioni una volta assolutamente scontate (quando fioriscono gli olivi?) e, soprattutto, il pervasivo linguaggio pubblicitario che invita sempre e comunque alla “delega”, che non si sofferma – come avveniva un tempo – sull’elenco degli ingredienti ma che insiste sugli effetti conseguenti all’acquisto di un determinato prodotto, che renderà certamente più felici, più “happy”.

Fin qui il Convegno. Ma passando dalla teoria alla pratica, la stessa sera di venerdì 6 aprile l’Istituto Alberghiero di Mondovì ha proposto alle Cucine Colte (Via delle Scuole, Mondovì) un’eccellente cena con un ricco menù particolarmente apprezzato da tutti i commensali che hanno del pari gradito la calorosa accoglienza e la garbata professionalità dei ragazzi e dei docenti di tale scuola: oltre a loro,  voglio ringraziare di cuore la Dirigente Scolastica, Prof.ssa Donatella Garello, con la quale è sempre un piacere collaborare anche in previsione della Sessione Autunnale del nostro Convegno, che mi auguro possa offrire altri stimolanti punti di vista sul tema “cucina/cultura”.

“Leggere senza riflettere è come mangiare senza digerire” (E.Burke): credo che questo aforisma possa racchiudere perfettamente il senso che abbiamo tentato di dare a tale nostra iniziativa.

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SERATA MONREGALESE CON BRASSENS – Stefano Casarino

SERATA MONREGALESE CON BRASSENS.

Stefano Casarino

« La poesia e la canzone sono la stessa cosa, ma non si possono cantare carmi troppo alati; la canzone è per tutti: una poesia alla portata di tutte le borse. » Ho ripensato a questa dichiarazione di Georges Brassens (1921-1981) durante la magnifica serata in suo onore, organizzata dall’ormai consolidata “triade culturale” di Mondovì (Gli Spigolatori, la Delegazione di Cuneo dell’A.I.C.C. e il Centro Studi Monregalesi, che ha messo a disposizione la sua sede, in via Monte di Pietà 1) la sera di venerdì 23 marzo.

Maestro cerimoniere della serata è stato Franco Settimo, profondo conoscitore di musica e appassionato esegeta del cantautore francese: egli ha guidato il numeroso pubblico presente con garbata acribia alla conoscenza di un autentico Maestro, amatissimo in Francia ma rimasto qui in Italia “autore di nicchia”.

Molto ben calibrata l’impostazione della serata: coadiuvato benissimo da eccellenti musicisti, il conferenziere ha ripercorso l’evoluzione stilistica e creativa di Brassens ma ha soprattutto contrapposto la musica italiana di quel periodo (approssimativamente i due decenni dagli anni Cinquanta agli anni Sessanta del secolo scorso), tutta basata sull’evasione e sulla leggerezza, a quella francese, ben più seria e impegnata.

Vanni Viglietti con la sua consueta bravura di fisarmonicista ha tratteggiato percorsi agili e godibilissimi di motivi italiani ben noti e il pubblico l’ha accompagnato, dapprima canticchiando, poi, su suo invito, cantando disinvoltamente, dalla Casetta in Canadà a Papaveri e Papere, da La donna riccia a Volare, tanto per citare qualche brano.

E’ toccato all’ottimo gruppo dei Castadiva (Alessandro Bertolino e Matteo Bessone alle chitarre; Alfio Bertolino al basso; Nicholas Basso alla batteria e Lorenzo Turco alle tastiere) accompagnare  Franco Settimo nell’esplorazione e nell’esemplificazione di celebri canzoni di Brassens, tradotte e  in qualche misura persino ricreate, da un altro Maestro, Fabrizio De Andrè: i giovani musici, perfettamente a loro agio coi loro strumenti,  ci hanno deliziato con le bellissime interpretazioni di Il gorilla, Delitto di paese e di Crêuza de mä (quest’ultimo, omaggio esclusivo – e particolarmente apprezzato da un ligure come il sottoscritto – a Faber).

Tre poesie-canzoni notevolissime che meritano, credo, qualche parola di commento: la prima, cantata da Matteo Bessone con pregevole perizia, è la versione posteriore di una ventina d’anni all’originale di Brassens. Un testo graffiante, che incorse (né avrebbe potuto essere diversamente) nella censura dell’epoca: ideologicamente intriso della convinta opposizione alla pena di morte (abolita in Francia dal Presidente Françoise Mitterand soltanto nel 1981), il testo è emblematico dell’anarchismo di Brassens e della sua spiccata antipatia per tutte le figure di garanti dell’ordine costituito, in primis i giudici. La seconda, ancora benissimo interpretata da Matteo, consente di apprezzare sino in fondo l’opera di autentica emulazione che De André ha operato sul testo francese: un solo esempio, laddove Brassens indica esplicitamente “Paris”, egli mette genericamente “nella capitale”, ma ciò gli permette poi la rima con “i fiori del male”, cripto citazione baudelairiana. E così per tutto il testo: senti Brassens e hai un’ironia mordace ma tutto sommato benevola, uno sguardo agnosticamente accorto; senti De André e hai sarcasmo, rabbia, disperazione. Ma grande cultura, squisita sensibilità ed ampiezza di pensiero in entrambi.

L’ultima canzone, infine, cantata con notevole talento da Alfio Bertolino, è certamente un unicum nell’intera produzione musicale del secolo scorso: già l’adozione dell’ostico genovese rappresentò per l’epoca (1984) una sfida notevole. È, a mio giudizio, accostabile al Montale di Ossi di Seppia, incarna come molti testi del grande Poeta l’essenza stessa della “liguricità”, ma qui è bene che mi fermi.

Come, purtroppo in quel caso, si è fermata la bellissima offerta musicale e il sapido commento del nostro intrattenitore.

Ed è stato un peccato, il pubblico, che ha tributato lunghi ed intensi applausi al termine di ogni singola esecuzione,  avrebbe certamente gradito ancora altri brani, ancora altri spunti di riflessione.

Ma tutto ciò può, deve avvenire anche a livello personale: riaccostarsi a Brassens e a De André, ascoltare canzoni d’autore, riflettere sul fatto che talvolta poesia e canzone sono davvero vicine (è dall’osmosi musica e canto che da Omero in poi nasce l’espressione poetica) è un’esperienza che fa bene all’anima, che aiuta a vivere.

Perché cantando (ma anche ascoltando, aggiungerei sommessamente) il duol si disacerba, come dice perfettamente il Poeta.

MANGIARE (È) CULTURA – CONVEGNO A.I.C.C. Cuneo 2018

LA SHOAH ATTRAVERSO LE POESIE DI PRIMO LEVI – Stefano Casarino

LA SHOAH ATTRAVERSO LE POESIE DI PRIMO LEVI

Stefano Casarino

Non da molto celebriamo il Giorno della Memoria.

Abbiamo iniziato a farlo grazie alla Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1 novembre 2005: sono quindi solo una dozzina di anni. Fu fissato al 27 gennaio perché quello fu il giorno (nel 1945) in cui l’Armata Rossa entrò ad Auschwitz: vi furono trovate solo 7.650 persone (quel campo poteva contenerne sino  a 200.000) in condizioni così disperate che, entro il 6 febbraio 1945, ne morirono 2.770. Si calcolò che in cinque anni, lo sterminio nazista provocò nel solo lager di Auschwitz-Birkenau almeno un milione di vittime.

Oggi ci è familiare il termine “Shoah” (in ebraico “catastrofe”, “distruzione”); prima usavamo un altro termine, “Olocausto” (in greco significa “bruciato integralmente” e designava un particolare tipo di sacrificio, in cui l’animale sacrificato veniva appunto arso del tutto).

Cambiano i termini, resta l’abominio di un fatto unico nella storia dell’umanità: non solo lo sterminio, l’annientamento (die Vernichtung)  di oltre i due terzi degli Ebrei d’Europa (circa 6 milioni), ma di una quantità ancora maggiore di persone (da 12 ai 17 milioni) tra prigionieri di guerra, polacchi, rom e sinti, disabili, omosessuali, testimoni di Geova, oppositori politici, ecc… Un fatto unico, verificatosi con piena intenzione, voluto e progettato nei minimi dettagli, imparagonabile ad altro e proprio per questo indelebile nel ricordo.

Per aiutarci a rammentare e, soprattutto, a riflettere possiamo ricorrere a Primo Levi (1919-1987): non, però,  a quello più noto di Se questo è un uomo (1947) , La tregua (1963), I sommersi e i salvati (1986), tutte opere in prosa, ma al Levi autore di un’unica, particolarissima opera, Ad ora incerta (1984), che raccoglie quarant’anni della sua sporadica attività di poeta e di traduttore di poesie.

Il titolo rimanda ad un testo da lui molto amato, che costituirà quasi una sorta di ossessione: La ballata del vecchio marinaio (1798) di Samuel Taylor Coleridge. Come là il vecchio marinaio è costretto da un potere sovrumano a raccontare a chiunque incontri la sua terrificante storia, così l’autore torinese si sentì dopo essere sopravvissuto ad Auschwitz: uno che non poteva fare a meno di ripetere  – “ad ora incerta”, cioè imprevedibilmente, in qualunque momento – la narrazione dell’orrore del Lager.  In prosa e in versi, anche se nella raccolta le poesie direttamente riferite alla Shoah sono solo otto: ma non è difficile trovare riferimenti, allusioni ad essa anche in molti altri testi.

Ad ora incerta è un’opera di cui mi sento di raccomandare la lettura: qui mi limito a richiamare solo qualche lirica.

Alzarsi è un breve testo – solo 14 versi – in cui Levi contrappone le notte e i risvegli nel Lager (le notti feroci; i sogni densi e violenti, breve sommesso il comando dell’alba) a quelli del ritorno a casa, alla normalità (il nostro ventre è sazio; abbiamo finito di raccontare). Ma anche ora può tornare il comando straniero, formulato in polacco: “Wstawać”. In polacco, non in tedesco: Auschwitz è in Polonia, nel Lager imperavano i Kapò, detenuti di “razza ariana” classificati come criminali comuni, contrassegnati con una fascia al braccio, a cui venne affidata l’organizzazione dei diversi caseggiati, arbitri della vita e della morte dei detenuti. La folle volontà nazista di sterminare coloro ritenuti indegni di vivere creò gerarchie di aguzzini, organizzò maniacalmente tutte le possibili gradazioni di sadismo e di violenza. L’angoscia di un passato che può sempre tornare, di quel comando che può essere nuovamente riascoltato è il leit-motiv di tutta la produzione di Levi: sarebbe bene che un pochino di quell’angoscia la avvertissimo anche noi, oggi che si parla stoltamente a vanvera di “razza” e che si disquisisce su quanto di buono abbia fatto il fascismo!

Per Adolf Eichmann fu composta nel luglio 1960: in quell’anno uno dei principali responsabili dei trasferimenti degli Ebrei nei lager, rifugiatosi in Argentina, fu arrestato dal Mossad e portato in Israele, dove fu il primo nazista ad essere processato là, quindici anni dopo Norimberga, e condannato all’impiccagione (31 maggio 1962) per genocidio e crimini contro l’umanità (unica esecuzione capitale di un civile avvenuta in Israele).

Al processo Eichmann si difese sostenendo di avere semplicemente eseguito gli ordini ricevuti e fu considerato da Hannah Arendt (nel suo famoso La banalità del male, 1963) un grigio burocrate: in realtà fu convintamente antisemita, come emerse dalle numerose testimonianze e in base a quanto lui stesso dichiarò: All’occorrenza salterò nella fossa ridendo perché la consapevolezza di avere cinque milioni di ebrei sulla coscienza mi dà un senso di grande soddisfazione. Mi dà molta soddisfazione e molto piacere. A questo funzionario dell’orrore, Levi nella sua poesia non augura la morte, ma un destino ben peggiore: Possa tu vivere a lungo quanto nessuno mai visse:/possa tu vivere insonne cinque milioni di notti,/e visitarti ogni notte la doglia di ognuno che vide/rinserrarsi la porta che tolse la via del ritorno,/intorno a sé farsi buio, l’aria gremirsi di morte. Versi durissimi, del tutto estranei al perdono cristiano.

Lo stile poetico di Levi è privo di abbellimenti retorici, di compiacimenti estetici: nemmeno indulge in particolari macabri o nella facile ricerca del pathos.

D’altronde, Levi, ebreo non credente,  è colui che in Shemà – la lirica premessa a Se questo è un uomo, allusiva della preghiera più importante dell’ebraismo, in cui si invita l’intero popolo di Israele ad “ascoltare” – ci impone (vi comando queste parole) di ricordare, di tenere sempre ben presente a cosa è riuscito ad arrivare l’uomo, a quali abissi di degradazione morale e di ingiustificabile frenesia omicida.

Leggere i suoi versi è una meditazione laica, un esercizio di pietà per le troppe vittime della Shoah e la raccolta di un importante lascito etico.

Il secolo scorso ha contenuto il massimo dell’orrore che si possa incontrare studiando la Storia e ha scosso irreparabilmente le facili fedi in un’umanità “naturalmente” buona: ricordare, nel Giorno della Memoria (ma non solo!) è anzitutto un dovere morale.

Ed è anche, voglio crederlo, l’unico valido modo per esorcizzare il male sempre in agguato e sempre pronto a ripresentarsi.

Anche nel nostro presente.

IMPRESSIONI SU “IL MALATO IMMAGINARIO”

GENOVA, TEATRO DELLA CORTE

domenica 14 gennaio 2018

 

Il medico ha pronta

la sua scappatoia:

“Un peggioramento improvviso”

Questo anonimo autore di Senryu, un genere di poesia giapponese assimilabile per tonalità e tematiche al giambo greco, anticipando nel tempo e nello spazio il drammaturgo francese, esprime in maniera inequivocabile quell’universale diffidenza verso la classe dei dottori che animava, e anima ancora oggi, certe persone. Nel Giappone del XVII secolo, caratterizzato dall’egemonica presenza della famiglia Tokugawa al potere, la satira politico-sociale non era affatto tollerata, tanto che i più polemici fra gli haijin tramandarono i propri versi in forma anonima.

Questo scenario non è poi così diverso da quello presente a oltre diecimila chilometri di distanza, più a ovest, dove sorgeva l’assolutista regno di Luigi XIV, passato alla storia con l’appellativo di Re Sole. È la Francia dello sfarzo, della maestosità di Versailles, canto del cigno di un’aristocrazia ormai decadente, ma, ancora di più, è la Francia di Molière.

Grande autore e interprete delle sue stesse opere, Molière realizzò il proprio successo, perché coniugò con originalità la cultura classica, studiata al Collège de Clermont, con i gusti esigenti della corte transalpina. Ne è un esempio lampante, oltre che epilogo della sua carriera, il celeberrimo Malato Immaginario, recentemente portato in scena al Teatro  della Corte di Genova.

La commedia deriva molti spunti dalla tradizione romana, richiamandosi a Plauto, padre del genere comico latino, e a Terenzio. Il primo, con cui Molière si era cimentato in precedenza realizzando dei remakes di Amphitruo e Aulularia, ispira l’architettura dell’opera: una situazione di relativa tranquillità viene tutto a un tratto interrotta da un evento inaspettato e sarà dovere del servus callidus (lo schiavo astuto, qui declinato al femminile!) dare il suo contributo per garantire al suo padrone un happy ending. Col secondo, Molière ha in comune il gusto per la riflessione, la volontà di affrontare temi seri sotto la superficie giocosa del comico: qui si tratta di scherzare e di riflettere sul valore e limiti della medicina e dei suoi rappresentanti, che vengono messi alla berlina per il loro attaccamento ossessivo ai testi della tradizione, un punto fermo, un qualcosa di intoccabile e indiscutibile, sempre e comunque.

Centro dell’opera è la figura emblematica di Argante, un ipocondriaco con soldi in abbondanza, da destinare unicamente alle sue medicine, prescrittegli a regolare cadenza. Le persone vicine a lui sono molto diverse fra loro: da una parte Belinda, sua sposa novella e matrigna dissimulatrice, e dall’altra Angelica, figlia di primo matrimonio, colpevole agli occhi del padre di disubbidire alla sua volontà. In verità, l’unica colpa della giovane è l’opposizione al piano del padre di darla in sposa a uno dei suoi cari amici medici. L’unica alternativa concessale è il convento. Nel mezzo di questi contrasti familiari, interviene la serva Tonietta, che, garante della causa di Angelica, cerca con ogni mezzo di dissuadere l’anziano padrone dall’imporre un sempliciotto di medico come sposo per la figlia. Dopo alterne vicende e siparietti comici, Tonietta e Beraldo, fratello di Argante, architettano un piano per mettere Belinda fuori dai giochi e aprire gli occhi al vecchio, non ancora convinto, nonostante le martellanti argomentazioni contro la medicina avanzate dal fratello.

La serva, travestitasi da medico, proporrà cure talmente drastiche, fra le quali l’amputazione, che Argante ritornerà sui suoi passi. Rimane irremovibile solo su un punto: l’assoluta convinzione della fedeltà e della devozione della sua seconda moglie. Tutto ciò viene subito smentito, nel momento in cui Belinda, avendo abboccato alla falsa notizia della morte del marito, si abbandona a una gioia incontenibile proprio davanti al “cadavere”. Al contrario, l’unica davvero fedele e affezionata sarà la figlia, disposta addirittura a ubbidire all’insano proposito del padre, pur di rispettarne la memoria. Il lieto fine è assicurato: il matrimonio d’amore viene concesso e il promesso sposo promette di studiare medicina, pur di veder felice il suocero.

Nella versione moderna, quella di domenica 14 gennaio, sono stati tolti tutti gli intermezzi cantati e ballati, che nonostante un tempo fossero assai apprezzati dal pubblico imparruccato di Versailles, oggi appaiono come un superfluo retaggio passato. Eccellente la qualità dello spettacolo: la scenografia, minimalista e per certi versi vicina ai canoni moderni, e i costumi, non seicenteschi ma neppure vistosamente moderni, sono stati azzeccati.

Quanto alla recitazione, appurato che in questo genere di teatro la mimica e il sapiente uso della voce assumono primaria importanza, è facile dedurre perché il lavoro degli attori, in particolare di coloro che interpretavano Argante e Tonietta, cioè  Gioele Dix e Anna della Rosa, sia stato più volte acclamato dal pubblico con intense ondate di applausi. L’uno bravissimo per la sua versatilità nell’interpretare un personaggio dalle numerose sfaccettature psicologiche (in particolare nella parte dell’iracondo, che ha strappato non poche risate in platea); l’altra per un’acuta espressività e l’egregia abilità imitatoria, che toccava il suo apice nei famigerati “a parte” di plautina memoria. Ma tutta la Compagnia è stata debitamente festeggiata: tutti sono stati perfetti nei loro rispettivi ruoli, intrattenendo con gusto e maestria il numerosissimo pubblico presente.

In conclusione, è doveroso segnalare come questo capolavoro di Molière fosse passato totalmente in sordina al tempo dei suoi contemporanei, che criticarono aspramente il suo stile, ritenuto troppo volgare. Eppure tutto quel “turpiloquio”, nei fatti limitato a innocue invettive fra padrone e serva, sarebbe stato rivalutato dopo la morte dell’autore dalla stessa Accademia di Francia, che presa dal rimorso per non averlo accettato tra i suoi membri, eresse una statua in suo onore, con la dicitura: “Nulla manca alla sua gloria, egli manca alla nostra.”

Luca Gambera – IV Liceo Classico Mondovì (CN)

 

 

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